23. Un punto di vista

022

Entrò nel negozio di scrittura. C’era molta gente quel giorno. Dietro il banco i saggi insegnavano ai giovani come poter servire i clienti che entravano nel negozio e cercavano qualche parola difficile, una correzione ortografica, o chissà cos’altro l’ispirazione suggeriva loro.

C’era il reparto classici e quello contemporanei; c’era il piano elevato sulle lingue straniere, e c’era pure un piano sotterraneo per le scritture dimenticate e impolverate.

Girò per un po’, per poi finire nelle sue stanze preferite, quelle dei segni di punteggiatura.

Ammirava spesso muoversi qua e là i vari segni di punteggiatura, tutti molto indaffarati a voler far bene il loro mestiere. Vedeva che le virgole erano spesso arrabbiate perché si sentivano poco utilizzate o messe in punti dove non servivano affatto; le virgolette discutevano animatamente con i punti  l’opportunità di farli entrare all’interno della frase oppure lasciarli fuori.

Anche questa volta portò la sua attenzione alla sezione in cui stavano i punti di domanda. Li ammirava.

Il proprietario del negozio gli aveva confidato che i punti di domanda erano le chiavi che aprivano le porte della conoscenza

Quel giorno notò un punto di domanda più ricurvo degli altri. Si muoveva piano. Sembrava un vecchio zoppo con la testa bassa e la gobba pesante.

Lo prese in prestito e gli fece una domanda: “Perché te ne stai così piegato?” “Sto cercando” – disse – “Sto cercando di capire come fare ad essere un buon punto di domanda”. “E dove cerchi?” – chiese. “Eh…cerco le risposte dentro di me” – rispose il punto di domanda, stanco e un po’ malinconico.

“Uhm…io non me ne intendo molto, ma se ti fai guardare un attimo, forse ti posso aiutare”. Il punto di domanda alzò lo sguardo, e la sua schiena divenne più dritta, ed ebbe subito una grande sensazione di benessere. Ebbe quello sguardo di chi si interroga e poi in un lampo trova la risposta di ciò che andava cercando. Si sentì più forte, e fiero. E con un sorriso ringraziò, spostandosi dal suo scaffale.

Era diventato un felice punto esclamativo.

di Donato Simone Frigotto

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22. Porto qualcuno

023

Il giardino era coperto da una coltre spessa di neve.

Era presto, e gli unici temerari che avevano osato solcare le linee perfette di tutto quel bianco erano i passeri, che avevano saltellato piccole “v”  dovunque sperassero di trovare una briciola.

La porta del capanno degli attrezzi sbatteva delicatamente, ma aveva cadenzato il silenzio della notte come un metronomo insolente. La mia tazza fumava, e i miei occhiali erano intrappolati in un ammasso di capelli confusi sulla mia testa.

Uscii. Tazza vestaglia pigiama ma stivali. Mi fermai davanti al capanno, e zittii un brivido con un sorso.

Tu sei una porta di legno. Una porta può essere aperta. Venire aperta da qualcuno. O restare chiusa, per sempre o per poco. Può sbattere. Si può attraversare. E se io portassi una persona? No, proprio che gli faccio una porta dentro.

Portare. Creare una porta dentro qualcuno. Lasciarsi creare una porta.

Una porta ci porta altrove. Nel dentro. Nel fuori. In un dentro che non si sapeva. In un fuori nuovo. Mica tranquillo come la mia tazza alla finestra.

Da una porta puoi fare capolino. Se una persona venisse portata, potrebbe vedere posti nuovi in sé. Ma anche fuori, di sé. Se mi porto, posso far entrare qualcuno o qualcosa.

Portare. E’ un verbo che crea.

Sorseggiai il mio caffelatte. Tutto fumo, tra la tazza e il mio respiro. Lasciai aperta la porta del capanno e tornai dentro. In questo altro anno che iniziava decisi che avrei di sicuro portato qualcuno.

di Antonella Petrera

21. Le fate le fate

021

La casa dell’anziana prozia di Alice si trovava proprio accanto alla chiesa, in questa città meravigliosa a Sud, con le case dai tetti a punta.

Con i soldini ricevuti Alice aveva chiesto di potersi allontanare a fare un giro per le botteghe artigianali della via in discesa.
Entrò in uno di questi negozietti attirata da alcuni nanetti in porcellana.  Chiese educatamente: “Le fate le fate?”  La giovane commessa era troppo impegnata con le sue unghie per darle una risposta.

La bottega di fronte esponeva fazzoletti colorati, magneti, ogni tipo di decorazioni natalizie. Alice vi entrò, e con la sua aria sveglia e sbarazzina chiese: “Le fate le fate?” La vecchina sollevò lo sguardo dal suo lavoro all’uncinetto e le sorrise. In uno strano dialetto, gesticolando, le indicò qualcosa sugli scaffali. Alice scelse la statuetta di un folletto di Natale, e la vecchina, inondata dalla luce arancione della stufetta elettrica, le diede il resto e le sorrise.

Il baffuto signore grassoccio della bottega successiva non fu altrettanto gentile. Quando Alice chiese “Le fate le fate?” fu cacciata via dal negozio, e chiamata “ladruncola”. Il suo sorriso si spense. Strani gli effetti della scortesia.

Fu allora che la chiamai con due brevi fischi e le feci un cenno con un dito. Lei colse l’invito curiosa, si avvicinò e mi chiese con uno sguardo dubbioso: “Fate le fate?” Le sorrisi. La condussi nel retrobottega. Le diedi un pezzo di argilla e nel giro di pochi minuti modellammo insieme la figurina di una fata. La misi nel forno per il tempo necessario.  Mentre aspettavamo che si raffreddasse le preparai un tè. Scegliemmo per la fata oro, argento e bianco e ci raccontavamo storie a vicenda mentre i nostri pennelli la carezzavano di colori. “Dici un filo o un gancio?” chiesi. Il trillo di un sms distolse Alice mentre soffiava sopra la statuetta cercando di accelerare l’asciugatura dell’acrilico. Smanettò una risposta, e mi disse che doveva andare. Alla fine Alice mise un filo. “Ecco fatta la fata!” esclamò. “Come la chiamiamo?” “Non so ancora, ma inizierà con la B!


All’uscita del negozio Alice fu travolta dall’abbraccio di un bambino. Intanto artisti di strada con larghe ali di stoffa avevano occupato il claustro di fronte. Il fratellino tirava la mano alla mamma e alla sorella con foga. La donna mi sorrise divertita allontanandosi inerme senza avere nemmeno il tempo di presentarsi. Alice però tornò indietro, e travolse me, con un abbraccio. “Le fate! Le fate!” esclamava il fratellino davanti agli artisti mentre le luci accendevano la via di magia e la fata con la B si allontanava avvolta al calduccio nella morbida presa dei guanti di Alice.

di Antonella Petrera

 

20. Sapete di un abete?

020

Spesso mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa davvero un abete?”

Un abete, sì, quello simile al pino,

ma di quelli alti su fino al camino.

All’aperto respira aria celeste

mentre abita piano in boschi e foreste.

Offre la casa ad insetti e bestiole

mentre punta lo sguardo alla luce del sole.

E poco gli importa se verrà tagliato

perché è nel destino del suo essere nato.

 

Ripenso e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa, nel tempo, un abete?”

C’è qualcosa che fa, e che lo rende speciale

per cui cresce più forte man mano che sale.

Qualcosa che rende le persone felici,

i grandi i piccini, i parenti e gli amici.

Dei cuori diventa custode importante,

per far sì che la gente sia tutta festante.

La osserva in silenzio, come un amico educato,

la osserva dal posto in cui lo hanno piantato.

In piazza, in salotto, in fianco al camino,

ti fa venir voglia di andarci vicino

a guardare le luci, a toccare i colori

a sperare davvero nei giorni migliori.

 

Anche io lo osservo e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa alla fine un abete?”

Il vivere in pace con la natura,

conoscendo già la sua meta futura.

Questo lo rende davvero speciale.

Attende la festa, la crea, la rende vitale.

Sapete l’abete che fa? Diventa Natale.

di Donato  Simone Frigotto

019. La brilla bolla

019

 

Questa è una bolla bella. Dentro ci va un sogno comune. Dice la strega alla sua apprendista. Questa è una magia facile.

-Insegnamene una più difficile. –

Quest’altra è una bolla balla. Vedi? Finisce subito. Dimmi tu, quale sogno va qui dentro?

-Uhm… un sogno che non vale gran che. –

Brava. Vai alla pagina della bolla folle.

La ragazzina sfoglia tre enormi pagine di pergamena e trova quello che l’insegnante le ha chiesto.

Lì ci vanno i sogni impossibili. Esercitati da sola. Io torno subito.

Qualcosa di strano succede mentre la ragazzina si esercita. La bolla folle appena formatasi viene circondata da potenti scintille liquide e lucenti, fino ad essere avvolta da una sfera di acqua dorata abbagliante, grande quanto un cocomero. Tutta la stanza è inondata di una luce potentissima. La ragazzina si copre la bocca con le mani. Pensa di aver combinato un bel pasticcio.

Cosa è successo? Esclama la strega tornando a tutta velocità.

La strega spalanca gli occhi incredula, ma allo stesso tempo li stringe abbagliata. Io non conosco questa magia. Cosa hai pensato mentre stavi facendo l’incantesimo?

La ragazzina fissa lo sguardo a terra, senza rispondere.

Dimmi, cara, cosa hai pensato? Le dice la strega abbassandosi verso di lei e sollevandole il mento.

Ho creduto che non esistono sogni impossibili.

Hai creduto?

Sì.

Hai inventato una bolla nuova. Le dice carezzandole il cappello a punta e rimirando l’incantesimo.

Moltissima gente crede solo a ciò che vede.

Tu no. Brava, piccola.

-Perché c’è tutta questa luce? –

Perché hai inventato una bolla molto potente.

La luce è una condizione dell’essere. E tu rifulgi di una luce speciale dentro di te. Ed è qui che c’è la differenza con tutte le altre streghe. Con tutte le altre bolle. Tu diventerai una grande maga.

La streghetta sorride.

Come la chiameremo?

-La chiameremo brilla bolla. –

di Antonella Petrera

018. Faro e un filo

018

Stamane esco a camminare vicino casa, su quell’argine che costeggia il piccolo fiume, accompagnato dai lampioni.

Incontro nuovamente il mio amico Faro, che come sempre fa il suo dovere, anche in queste autunnali giornate di pioggia.

Mi fermo a salutarlo, e lui ne è davvero contento, perché vuole parlarmi di una cosa.

Sai – mi dice – nei giorni scorsi alcuni uomini che indossavano delle giacche fluorescenti sono passati di qui e hanno tagliato l’erba su quasi tutti gli argini del fiume.

Io subito ero molto triste – continua lui – perché ho pensato a cosa succederebbe a me, se mi tagliassero con una macchina rumorosa lasciando solo un pezzetto di me, appena appena vicino al terreno, come hanno fatto con tutti quei fili d’erba.

Così ho pianto – mi dice – perché pensavo che i fili d’erba fossero morti. Ho pianto prendendo in prestito le gocce d’acqua che sono cadute in questi giorni, e le ho versate fino a terra.

Ho pianto, ma poi ho sentito un piccolo filo d’erba che cantava felice.

Non capivo perché.

Il filo d’erba mi ha spiegato che era contento che gli uomini fluorescenti lo avessero tagliato. Continuavo a non capire bene, ma lo ascoltavo. Mi ha detto che solo così poteva continuare a crescere. E infatti ho visto poi che le formiche ci passavano, e le farfalle ci volavano, e i bruchi ci camminavano.

Mi ha detto che tutti i fili d’erba, se crescono troppo alti, senza cambiare, prima o poi muoiono soffocati.

Così non solo ho smesso di piangere – continua Faro – ma ho iniziato ad essere felice, e respirare questa aria piovosa e umida, che fa bene alla terra, alle piante, e ai fili d’erba.

E mentre mi dice questo Faro sorride. E’ contento di avermi raccontato quella storia. E’ contento di aver imparato qualcosa di nuovo.

Ed io ora me ne torno a casa, da una passeggiata che mi ha fatto guardare ai fili d’erba in un modo che non sarà mai più lo stesso di prima.

di Donato Simone Frigotto

017. Il signor Dimentichino

017

Conoscevo un signore.

Era nato qui, in paese. Camminava qua e là, vagando senza meta. Aveva lo sguardo perso. Non ricordava il suo nome. Glielo chiedevano, come si chiamasse, e lui si sforzava di ricordare, ma alla fine diceva sempre:–Non mi ricordo.–

Sembrava sbadato, un po’ strambo, qualcuno lo riteneva sciocco. In realtà non si ricordava niente. Nemmeno cosa aveva fatto due giorni, un giorno o un’ora prima. Anche nelle giornate in cui pareva un po’ più lucido si dimenticava le chiavi, il cellulare, gli occhiali, oppure non si ricordava dove aveva parcheggiato l’auto, e doveva cercarla per ore.

In paese tutti lo conoscevano e lo aiutavano a ritrovare la strada di casa, le chiavi, la macchina, il cellulare…
Per comodità, e con affetto sincero, gli abitanti del paese lo avevano soprannominato “Sig. Dimentichino”. E tutti i giorni gli abitanti del paese ricordavano a Dimentichino che doveva pur ricordarsi qualcosa, e che si doveva sforzare di ricordarsi almeno le cose più importanti. Ma lui rispondeva:–Non mi ricordo.–

Un giorno, io ricordo bene che passò dalla piazza del paese un dottore che arrivava da lontano. Aveva l’aria serena e l’occhio molto sveglio. Osservava incuriosito tutte le persone che incontrava, perché gli piaceva capire cosa pensavano, cosa dicevano, e come si sentivano.

Il suo sguardo venne attirato inevitabilmente da uno strano uomo che passeggiava per il paese con l’aria assorta e imbambolata.

–Chi è quel tale? – chiese il dottore al barista della pasticceria in cui si trovava.

–Ah, quello. – rispose il barista sorridendo – Quello è il Sig. Dimentichino. Non si ricorda mai niente, a volte non ricorda nemmeno il suo nome. –

Il dottore aprì la sua valigetta un po’ misteriosa. Prese il blocchetto per gli appunti, una delle tante penne sparse nella borsa e iniziò a scrivere, fermandosi a pensare di tanto in tanto. A tratti lanciava un’ occhiata al Sig. Dimentichino, per poi rituffarsi a scrivere. Alla fine tirò un sospiro. Si alzò dalla sedia e andò dritto verso Dimentichino. Camminava sicuro, determinato e sereno.

Con tono gentile gli disse –Signore, può tenere questa lettera con sé ora?– e mentre pronunciava la parola “ora”, la sua voce diventava più profonda e forte. Aggiunse poi: –La tenga stretta con sé.–

Il Sig. Dimentichino preso dalla paura di non ricordare ciò che quell’uomo gli aveva detto, aprì immediatamente la lettera che gli era stata consegnata. Sul foglio c’erano poche chiare parole.

 

PUOI DIMENTICARTI TUTTO QUELLO CHE VUOI.
PUOI DIMENTICARE QUELLO CHE NON SERVE, E ANCHE QUELLO CHE È IMPORTANTE.
PUOI DIMENTICARTI LE COSE PICCOLE E QUELLE GRANDI.
PUOI DIMENTICARTI DAVVERO TUTTO.

PUOI DIMENTICARTI ANCHE DI DIMENTICARE.

 

E da quel giorno così fece.

Non ebbe più bisogno della lettera, né di nient’ altro, perché iniziò a ricordare perfettamente.

Ricordò soprattutto che quello fu il giorno più importante di tutta la sua vita.

di Donato Simone Frigotto

016. Il pigiama grigio e il pigiama blu

016

Conducevano le loro normali vite da pigiama. Arruffati al mattino, lavati alla domenica, piegati al martedì e poi cassetto. Sapete come succede col bucato: darsi una ripulita  sballotta e confonde. Non parliamo della strizzata in lavatrice.

Un giorno i due pigiami vennero separati. La casacca blu non era più con i  pantaloni blu. I pantaloni grigi non erano più con la casacca grigia. Passarono giorni. Il cassetto non era più un ambiente confortevole per nessuno. I pantaloni grigi stesi alle corde sbattevano alla tramontana arrabbiati.  La casacca grigia si allungava tristemente pizzicata dalle mollette. La casacca blu fu perfino dimenticata sotto un acquazzone , e i pantaloni blu asciutti nel cesto non guardavano più sulle corde per vedere chi c’era.

Passarono giorni. Cominciò a sentirsi un nuovo profumo di bucato.

Una mattina, per caso, la casacca blu si ritrovò stesa vicino ai pantaloni grigi, e poi si ritrovarono ad essere indossati entrambi lo stesso giorno. Anche la casacca grigia e i pantaloni blu cominciarono ad essere indossati insieme. Tutti e quattro furono sorpresi di come la cosa sembrasse naturale. Dopo le lavatrici e le strizzate, dopo i tanti bucati, quella situazione era  diventata diversa e giusta. Le cose blu si sentivano felici con quelle grigie. E quelle grigie si sentivano felici con quelle blu. Quel giorno del cambio di stagione si ritrovarono tutti appesi alla stessa corda a svolazzare al vento fresco della primavera, e nulla faceva male.

di Antonella Petrera

015. La matita verde

015

In queste giornate no ti capita proprio di tutto.

E come può una giornata trasformarsi di colpo in una giornata no?

Se una giornata nasce deve rimanere che so… almeno fino alle sei del pomeriggio.

Ecco… si è spezzata di nuovo la mina.

Una volta che la ragazzina dai capelli ricci mi rivolge la parola… che mi chiede il verde chiaro, io non solo ho proprio il verde chiaro spuntato, ma anche un temperamatite che fa cilecca!

La prossima volta al cartolaio non gli dico nemmeno “buonasera”, e gli faccio tutte le pedate sul pavimento, e gli sgocciolo l’ombrello in tutto il negozio!

Non ci credo! Quante volte è umanamente possibile spezzare una mina dentro un temperamatite?

E l’Ignazio che continua a fare lo svenevole con la MIA ragazzina dai capelli ricci.

E che cosa ci faccio adesso, con questo mozzicone di matita verde lungo un centimetro? Maledizione!

Io volevo gli occhi verde chiaro.

E ormai lei avrà preso il verde chiaro dell’Ignazio.

Era una giornata no, questa. Altro che . E lo resterà di sicuro fino alle sei. Uffa!

ORE SEI.

La collanina che mi hai regalato è bellissima.

Sono contento che ti piaccia. Almeno alla fine il verde chiaro te l’ho dato!

Come hai fatto a procurarti una matita così piccola?

E’ che ci vuole un certo impegno nel temperarle.

Sulla collanina ci sta benissimo, hai avuto un’idea magnifica.

Cosa fai dopo il laboratorio di inglese, oggi? Ti piacciono le crèpes?

Moltissimo! Le fate, qui, al gusto di frigotto?

Frigotto? E che razza di gusto è?

Neanche l’Ignazio lo sapeva. Perché non lo sa nessuno?

Ah, frigotto, hai detto? Ma certo che lo so! Dove andremo noi fanno i frigotti più buoni del paese!

La prossima collanina me la fai con il marrone? E’ il mio colore preferito.

(IO, ho gli occhi marroni!!) Certo! E’ proprio il prossimo pastello che sta finendo.

di Antonella Petrera

014. Il nano Giuliano

nano aviatore

Giuliano era un giovane nano.

Era basso, ma sapeva guardare lontano.

Alzava gli occhi al cielo ed il naso all’insù

per osservare ogni giorno l’ aeroplano.

Gli avevano detto che per volare fin lassù,

l’aereo aveva bisogno di un capitano.

Uno che lo sapesse pilotare

sopra le montagne, i laghi, ed il mare.

Giuliano ancora non sapeva come fare,

quanta gente poteva portare.

Chi lavora, chi va in vacanza, chi torna a casa dalla famiglia,

chi dorme, chi legge, e chi guarda le nuvole con meraviglia.

Lui era tenace e curioso, ed era un sognatore.

Voleva fare davvero il mestiere dell’ aviatore.

Giuliano amava alzare lo sguardo, per andare lontano.

E già si vedeva Capitano, sul suo aeroplano.

Sapeva che tutto parte da un sogno

di cui ogni nano, ma ogni uomo, ha estremo bisogno.

di Donato Simone Frigotto

013. Il funghetto riccio

013

C’era una volta un funghetto che si aggirava per il bosco rovistando tra i cespugli.
Cercava sotto le foglie, dentro gli alberi cavi, lungo i bordi dei sentieri. Non si dava pace.

Il Ciliegio gli chiese:

– Fungo, ma che cosa vai cercando, da giorni e giorni? – 
Sto cercando il mio cappello
. Sbuffava stufo.

Non vedi che sono senza cappello e sembro una patata? Tutti mi prendono in giro. L’altro giorno il vento, con un dispetto, me lo ha fatto volare via, e da allora non sono più riuscito a trovarlo.

– Dovresti provare a mettere qualcos’altro in testa, se no ti raffredderai. Io sono stecchito perché è autunno, altrimenti ti darei le mie foglie o le mie ciliegie.

Etciù!! rispose il fungo.

Hai proprio ragione. Sei molto gentile e ti ringrazio, proverò a seguire il tuo consiglio.

Il funghetto, così, provò a cercare qualcosa da mettere in testa, ma non gli veniva in mente nulla, finché non incontrò l’Ippocastano, un albero alto e ombroso, del tutto simile ad un castagno. Sbuffava.

Anche tu, sbuffi? chiese il fungo all’albero. Perché?
– Mi cadono i frutti a terra e mai nessuno li raccoglie. Gli animali del bosco non li mangiano. Io non servo a niente. –

Aspetta, mi è venuta un’idea.

Così il fungo cominciò a tuffarsi di qua e di là tra le foglie secche ai piedi dell’albero. Erano molto buffi i suoi tuffi.

– Ma che stai facendo? – disse l’Ippocastano divertito.
Quasi quasi mi fai ridere!

Avevo perso il mio cappello, e anche io ero triste come te. Rispose il fungo da in mezzo alle foglie.

Ma ora ho trovato una soluzione.

Venne fuori dalle foglie con in testa una massa di ricci appuntiti, che erano i gusci caduti dall’Ippocastano.

Non sei affatto inutile, hai visto? Mi hai donato una nuova capigliatura! Come sto?

– Devo dire che stai proprio bene. –

Ora non sembro più una patata, e sono diventato un fungo speciale. Grazie per tuo aiuto. Disse il funghetto spinoso e riccioluto.

– Figurati, vieni a prendere i miei gusci quando vuoi. –

Ora nessuno mi prenderà più in giro! Sarò il primo funghetto riccio del bosco!

Il fungo salutò l’Ippocastano, e tornò spesso a fargli visita. Gli piaceva cambiare pettinatura almeno due volte l’anno.

di Antonella Petrera

012. Alessandro il ragno

012

C’era stavolta un piccolo ragno,
che camminava nella vasca da bagno.

Si muoveva pian piano, con giusto contegno,
per evitare di lasciare il benché minimo segno.

Ed era davvero piccolo, quel piccolo ragno,
così piccolo che la vasca gli sembrava un enorme stagno.

Era da solo, senza un compagno,
ed ogni passo per lui era un grande guadagno.

“Io non mi lagno”, pensava il piccolo ragno,
muovendosi su e giù con molto impegno,
nella vasca che ormai era il suo regno,
lui si sentiva come Alessandro Magno.

E scivolando gridava “Non mi rassegno”,
perché la ceramica non è mica legno.

Col mio sguardo stupito per un po’ lo accompagno,
mentre prepara il suo nuovo disegno.

Lo lascio fare e ne ammiro l’ingegno,
la ragnatela perfetta è il suo marchingegno.

Da lui ho imparato una lezione che insegno…
“…fai sempre qualcosa di cui essere degno”.

di Donato Simone Frigotto

011. Il ladro, il riso e un sorriso

011

Un ladro tentò di entrare nella casa di un ragazzo che ascoltava la musica con le cuffie a volume alto.

Il ragazzo non si accorse che il ladro era entrato.

Il ladro aveva molta fame, e il ragazzo aveva lasciato sulla tavola una ciotola di riso del ristorante cinese sotto casa. Il ladro si mise a mangiare il riso e si dimenticò quello che era andato a fare.

Quando stava per uscire, e si ricordò che in realtà era lì per rubare, vide uno strano libro sullo scaffale. Lo aprì. C’erano scritte a matita delle frasi qua e là, ma una lo colpì più delle altre.

Chi sorride al ladro, in realtà gli ruba qualcosa a sua volta”.

Così il ladro mise giù il libro, ringraziò il ragazzo per il riso, e se ne andò.

Con un nuovo sorriso.

di Donato Simone Frigotto

010. Ai nonni

010

Queste parole sono dedicate ai genitori.

Sia a quelli che lo sono una volta sola, e sia a quelli che sono genitori di altri genitori a loro volta.

A quelli che li guardi, e senti che da loro sei nato, loro assomigli, e comunque da loro ti sei distaccato.

A quelli che senti a malapena, perché, un po’ sordi, parlano piano, e spesso a malapena li ascolti, perché tanto sai già cosa vogliono brontolare.

Sono dedicate a quelli che quando viene gente in casa, spesso finiscono rintanati in cucina, o a letto prima, quasi fosse una vergogna per loro o per chi si avvicina.

A quelli che “fanno comodo” e “per fortuna che ci sono”, altrimenti chissà come avremmo fatto senza.

A quelli che con le mani dietro la schiena accompagnano il bimbo al campo di calcio; che con passo zoppicante e la maestria degli esperti in cucina, a qualsiasi età preparano la torta della festa come se fosse la cosa più importante della Terra; non ci capiscono niente di tecnologia o elettronica, come la chiamano ma che si fanno spiegare le cose dalle piccole pesti purché stiano un po’ buone…

Per essere chiamati così, nonni, hanno bisogno di avere nipoti. E quando li guardi ancora, un po’ sovrappensiero,  mentre giocano come se fossero loro stessi teneri batuffoli di peluche, e  morbide caramelle ti chiedi “chissà dov’era questa dolcezza quando io ero piccolino.”
E te lo chiedi a voce alta nella mente, perchè così risuona fino al cuore.
Che un po’ si arrabbia, si rammarica e sospira. Che si infastidisce, perché i nonni li viziano i nipoti, figli di figli, che ogni tanto si uniscono guardare e sentire, ascoltare e brontolare, genitori di altri genitori.

E poi si fa caso per chi ha la fortuna di averli avuti,  o di averli ancora, che prima o poi la parentesi del tempo si chiude,  con le speranze di chi lascia dentro agli occhi, agli odori, al calore, e alla presenza,  qualcosa che crescendo  cambierà di nuovo, restando sempre lo stesso.

Perchè la festa dei nonni, come tutte le feste, può durare un giorno o una vita.

Figlia di altre feste e ricordi, che sono ricordi di altri ricordi, figli di altri figli, nipoti di altri nonni.

di Donato Simone Frigotto


Il nonno di tutti

Nonno Nicola è il nonno di tutti.

Gioca a pallone anche se usa il bastone.

Sul tavolo al bar ci fa un aquilone.

Stiamo con lui finchè siamo distrutti.

Abita in piazza, ché ha traslocato.

Lui non voleva più stare in ospizio:

Fumo la pipa e mi tolgo ogni sfizio!

dice seduto in panchina beato.

Lui ha bei momenti ma anche brutti.

Il quattro, che arriva la sua pensione

ci compra, ai monelli, un cono gelato.

Nel nostro paese è molto stimato:

Amare i monelli, questo è il mio vizio!

E nipoti o no, noi lo abbiamo adottato.

di Antonella Petrera

009. Faro

009

Poco lontano dalla casa in cui abito c’è un fiume.

I suoi argini sono grandi, e le persone ci camminano spesso per fare una passeggiata di giorno e anche di sera.

Lungo gli argini ci sono i lampioni. Uno di questi si fa chiamare Faro.

Le persone lo prendono in giro, spesso ridono alle sue spalle. Le sento burlarsi, dicono: “Povero sciocco… non è che un lampione di città!

Qualcuno tenta di fargli cambiare idea. Un uomo cattivo gli grida: “L’acqua che senti non è il mare! Sei qui, sull’ argine di un piccolo fiume, non su una collina di fronte all’ oceano! Non ci sono marinai o navi da salvare e guidare fino a riva! Sei solo un lampione come tutti gli altri in fila, prima e dopo di te!”.

Ma Faro se ne sta lì, senza badare a quelle parole. Sta lì alto, dritto, con la sua boccia di vetro al posto della testa, che si illumina quando il sole scende dietro le case della città. Immobile, fiero di sé, sta lì a fare il suo mestiere.

Un giorno presi coraggio e gli parlai.

“Ciao Faro.” Gli dissi.

“Ciao.”

“Che fai?”

“Faccio ciò per cui sono nato. Faccio il Faro. E’ così che mi hai chiamato anche tu.”

Mi sedetti tranquillo sulla panchina con la sensazione che sarebbe stata una bella conversazione.

“E cosa fa un faro?”.

“Un faro vero non lo so se lo so. So che io sono un punto di riferimento per le persone, per chi passa di qui e ha bisogno di luce. Per chi attraversa il fiume e per chi cammina sulla strada. Io faccio luce e aiuto. Io sono utile.”

Fu una bella conversazione, in effetti.

Da quel giorno, quando prendo la strada sull’argine del fiume, ogni volta che ci passeggio accompagnato dai lampioni lo osservo più attentamente, e mi rendo conto che davvero ha qualcosa di speciale.

Sembra più alto degli altri lampioni. Più dritto. E la sua luce brilla più decisa delle altre.

Tra tutti i lampioni in fila, io noto lui. Faro.

Dal giorno della nostra conversazione è diventato un punto di riferimento anche per me.

E’ proprio vero. Lui non è un comune lampione.

Fa ciò per cui è nato e lo fa bene. Lo fa con amore e crede in sé stesso.

È il Faro più speciale che una città col fiume possa avere.

Sono contento di conoscerlo.

di Donato Simone Frigotto

008. Ora ci penso io

008

Un giorno, mentre guardavo da vicino una girandola colorata di arcobaleno, sentii sussurrare delle voci.
Accostai la girandola all’orecchio. Erano i colori. Stavano litigando.

Il rosso gridava: “Io sono come il fuoco! E sono il più forte di tutti voi!”

Allora il giallo rispondeva: “Io sono come il sole, più grande e luminoso di tutti”.

“Siete troppo vanitosi.” diceva l’arancione “Io sono fatto un po’ dell’uno e un po’ dell’altro di voi due, per questo sono in perfetto equilibrio.”

“Smettetela di calpestarmi!” gridò il verde come l’erba.

E l’azzurro sospirò “Io che ho il colore del cielo, mi tocca vedere sempre queste scene…”

Nel frattempo, l’indaco ed il violetto se ne stavano in disparte, perché pensavano di non essere tanto famosi come gli altri.
Fu in quel momento che sentii un’altra voce, forte, che arrivava da lontano, ma era molto vicina.

Era il vento.

Mi disse “Stringi con forza il bastoncino di legno. Ora ci penso io.”

E così, soffiò. Soffiò. Soffiò ancora più forte. La girandola cominciò a girare velocemente, e tutti i colori, come per magia, si trasformarono nel bianco.

Tornando a casa quella sera, pensai al vento.

Era paziente. Sapeva che i colori in fondo non erano così diversi tra loro.
Sapeva che quando qualcosa li teneva uniti era facile girare tutti insieme e creare qualcosa di bello.
Sapeva anche che probabilmente avrebbero continuato a litigare in futuro, ma mi voleva insegnare che prima o poi arriva sempre un colpo di vento a cambiare in meglio le cose.

di Donato Simone Frigotto

007. Il falco e il passero

007

Ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Dice il falco al passero.
Siamo proprio una bella squadra, noi due.
La smetteranno, prima o poi di fare tutti quegli strani rumori…
Sì, sì, di solito la smettono, dopo un po’.

L’albero cavo è pieno di telefoni in mezzo alle foglie secche. Qualcuno di essi trilla ancora, e altri agonizzano con le batterie quasi scariche.

Io dico che quei due che abbiamo fatto incontrare il mese scorso si sposano entro l’estate.
Hanno di nuovo gli occhi, adesso.

Ehi, hai visto la gazza? È verde d’invidia! Sghignazza il falco.
Caspita, guarda! C’è quello col cappello di lana! Vai, svelto!
Questa volta non mi sfugge.

Il falco, con un gesto fulmineo, si getta in picchiata, e con gli artigli acciuffa il telefono del tipo col cappello di lana, e poi vola via. Senza che lui possa dire né “ahi” né “bai” il passero gli è sulla spalla. Cinguetta e si fa seguire con lo sguardo.

Davanti al tipo col cappello di lana, come per magia, compare il carosello con la sua romantica musica da organetto, il venditore di zucchero filato, il bambino con le bolle di sapone, gli anziani che si canzonano giocando a scopa, il signore che pesca fischiando dal ponticello, gli studenti che sottolineano i loro libri mangiando gommose di zucchero, i bambini che fanno i compiti sul prato, e la ragazza più bella che lui abbia mai visto appare di fronte a lui e gli dice: “Ti faccio un fiore di palloncini?”.

di Antonella Petrera

006. L’avventura di Rachi

006

Rachi era un pollo. Zampettava maldestro da quando era uscito dall’uovo.

Ci vedeva poco, Rachi.

Quando gli altri polli trotterellavano veloci verso la mangiatoia e le bucce, lui arrivava sempre troppo tardi.
Sei tutto sbilenco!
E sei anche orbo.” Dicevano.
Ti faranno arrosto come tuo zio”.

Suo zio aveva deciso per conto proprio di farsi fare arrosto, tempo prima, perché aveva il suo stesso problema. Rachi, però, aveva Nardina.
Nardina ogni giorno gli portava le bucce più golose.
Gli parlava dolcemente.

Cacciava via i polli cattivi che volevano rubargli il cibo. Si accertava che bevesse, lo carezzava.
A Rachi Nardina piaceva. Lei la vita la vedeva. Proprio come lui.

Il giorno che Nardina partì per un lungo viaggio, decise di partire anche lui.
Gli dolevano le zampe. E allora?
Ci vedeva quasi niente. E allora?

La faccenda del pollo arrosto proprio non faceva per lui.
Sarebbe stata la sua avventura.
Gli altri polli lo canzonarono come al solito.
C’era anche qualcuno che voleva impedirgli di partire per proteggerlo, ma Rachi la vita la vedeva. E la sceglieva. Sempre.

Quando Nardina tornò dal suo viaggio Rachi non c’era più.
Non importa come. Rachi visse la sua avventura.
Nardina per questo non fu triste mai.

di Antonella Petrera

005. Da qui a lì

005

Sai, ci sono questi esseri qui; li chiamano adulti.

Perché?
Forse perché sono alti. Sono alti due volte gli altri.
Perché?
Eh… sono alti così, questi qui, perché così noi ci possiamo salire, .
Perché?
Perché da , possiamo vedere più in .
Come i nani quando salgono sulle spalle dei GIGANTI.
Perché?
Sai, è importante vedere lontano, più in
Si possono scoprire tante cose, anche quando si è piccoli come noi.
Si possono vedere anche più cose, più di quelle che vedono gli adulti.
Perché?
Perché quando noi saliamo , in alto, siamo noi un po’ più alti,
più alti degli adulti, in qualche modo.
E possiamo anche raccontare quello che vediamo ,
così è come se lo vedono anche loro, qui.
Uhm…
…cosa?
Ho capito perché.
Perchè cosa?
Perché li aspetto qui.
Perché?
Perché, quelli , gli adulti. Sono alti.
E per farci salire fino a
Devono diventare piccoli, come noi.
E abbassarsi. Fino a qui.

di Donato Simone Frigotto

004. Bonafina

004

Non c’era una volta…
­ No, non ho sbagliato, la storia fa proprio così. Ora vado avanti. ­
Non c’era, una volta.
Ed ora c’è.
Questa storia non racconta.
Prima non c’era.

­ Ecco, hai visto? Ti stai sbagliando. ­
Non ci sono principesse.
Non ci sono castelli.
Non ci sono rospi.
Non ci sono draghi.

Una volta non c’era, ed ora c’è.
­ Cosa c’è? ­
C’è qualcuno che non si sapeva.
­ Dov’è? ­
In uno spazio che non è lontano.
­ Quand’è? ­
In un tempo che non passa. C’è una creatura che splende.
Fa le cose di tutti i giorni, ma è una meraviglia meravigliosa e meravigliata.
Lei lo sa che prima non c’era e che adesso c’è.
­ Cos’altro c’è? Lo vedi? ­
C’è la possibilità di essere felici, con lei.
­ E tu lo sapevi già? ­
No, non lo sapevo. Neanch’io, c’ero, una volta, e adesso ci sono.
­ E com’è quando poi ci sei? ­
Hai presente quando l’arcobaleno lo vedi veramente?
No, dico, che lo vedi veramente.
Che ti senti bambino, sciocco, felice, importante, grandissimo, tutto in una volta?
­ Non lo so se lo so. Forse anche io una volta non c’ero e adesso sì. Chi lo sa? ­
Bonafina, lo sa.
Lei crea.
Lei è come l’arcobaleno.
E se ti lasci creare da lei, poi va tutto bene.
Non fare troppe domande.
Lasciati immaginare.
Lasciati creare.
­ Me la posso mettere nel taschino? Voglio stare con lei.­
Viene lei a stare con te.
E comincia a creare da lì dove sei.
­ Mi fido. ­

di Donato Simone Frigotto