013. Il funghetto riccio

013

C’era una volta un funghetto che si aggirava per il bosco rovistando tra i cespugli.
Cercava sotto le foglie, dentro gli alberi cavi, lungo i bordi dei sentieri. Non si dava pace.

Il Ciliegio gli chiese:

– Fungo, ma che cosa vai cercando, da giorni e giorni? – 
Sto cercando il mio cappello
. Sbuffava stufo.

Non vedi che sono senza cappello e sembro una patata? Tutti mi prendono in giro. L’altro giorno il vento, con un dispetto, me lo ha fatto volare via, e da allora non sono più riuscito a trovarlo.

– Dovresti provare a mettere qualcos’altro in testa, se no ti raffredderai. Io sono stecchito perché è autunno, altrimenti ti darei le mie foglie o le mie ciliegie.

Etciù!! rispose il fungo.

Hai proprio ragione. Sei molto gentile e ti ringrazio, proverò a seguire il tuo consiglio.

Il funghetto, così, provò a cercare qualcosa da mettere in testa, ma non gli veniva in mente nulla, finché non incontrò l’Ippocastano, un albero alto e ombroso, del tutto simile ad un castagno. Sbuffava.

Anche tu, sbuffi? chiese il fungo all’albero. Perché?
– Mi cadono i frutti a terra e mai nessuno li raccoglie. Gli animali del bosco non li mangiano. Io non servo a niente. –

Aspetta, mi è venuta un’idea.

Così il fungo cominciò a tuffarsi di qua e di là tra le foglie secche ai piedi dell’albero. Erano molto buffi i suoi tuffi.

– Ma che stai facendo? – disse l’Ippocastano divertito.
Quasi quasi mi fai ridere!

Avevo perso il mio cappello, e anche io ero triste come te. Rispose il fungo da in mezzo alle foglie.

Ma ora ho trovato una soluzione.

Venne fuori dalle foglie con in testa una massa di ricci appuntiti, che erano i gusci caduti dall’Ippocastano.

Non sei affatto inutile, hai visto? Mi hai donato una nuova capigliatura! Come sto?

– Devo dire che stai proprio bene. –

Ora non sembro più una patata, e sono diventato un fungo speciale. Grazie per tuo aiuto. Disse il funghetto spinoso e riccioluto.

– Figurati, vieni a prendere i miei gusci quando vuoi. –

Ora nessuno mi prenderà più in giro! Sarò il primo funghetto riccio del bosco!

Il fungo salutò l’Ippocastano, e tornò spesso a fargli visita. Gli piaceva cambiare pettinatura almeno due volte l’anno.

di Antonella Petrera

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009. Faro

009

Poco lontano dalla casa in cui abito c’è un fiume.

I suoi argini sono grandi, e le persone ci camminano spesso per fare una passeggiata di giorno e anche di sera.

Lungo gli argini ci sono i lampioni. Uno di questi si fa chiamare Faro.

Le persone lo prendono in giro, spesso ridono alle sue spalle. Le sento burlarsi, dicono: “Povero sciocco… non è che un lampione di città!

Qualcuno tenta di fargli cambiare idea. Un uomo cattivo gli grida: “L’acqua che senti non è il mare! Sei qui, sull’ argine di un piccolo fiume, non su una collina di fronte all’ oceano! Non ci sono marinai o navi da salvare e guidare fino a riva! Sei solo un lampione come tutti gli altri in fila, prima e dopo di te!”.

Ma Faro se ne sta lì, senza badare a quelle parole. Sta lì alto, dritto, con la sua boccia di vetro al posto della testa, che si illumina quando il sole scende dietro le case della città. Immobile, fiero di sé, sta lì a fare il suo mestiere.

Un giorno presi coraggio e gli parlai.

“Ciao Faro.” Gli dissi.

“Ciao.”

“Che fai?”

“Faccio ciò per cui sono nato. Faccio il Faro. E’ così che mi hai chiamato anche tu.”

Mi sedetti tranquillo sulla panchina con la sensazione che sarebbe stata una bella conversazione.

“E cosa fa un faro?”.

“Un faro vero non lo so se lo so. So che io sono un punto di riferimento per le persone, per chi passa di qui e ha bisogno di luce. Per chi attraversa il fiume e per chi cammina sulla strada. Io faccio luce e aiuto. Io sono utile.”

Fu una bella conversazione, in effetti.

Da quel giorno, quando prendo la strada sull’argine del fiume, ogni volta che ci passeggio accompagnato dai lampioni lo osservo più attentamente, e mi rendo conto che davvero ha qualcosa di speciale.

Sembra più alto degli altri lampioni. Più dritto. E la sua luce brilla più decisa delle altre.

Tra tutti i lampioni in fila, io noto lui. Faro.

Dal giorno della nostra conversazione è diventato un punto di riferimento anche per me.

E’ proprio vero. Lui non è un comune lampione.

Fa ciò per cui è nato e lo fa bene. Lo fa con amore e crede in sé stesso.

È il Faro più speciale che una città col fiume possa avere.

Sono contento di conoscerlo.

di Donato Simone Frigotto

008. Ora ci penso io

008

Un giorno, mentre guardavo da vicino una girandola colorata di arcobaleno, sentii sussurrare delle voci.
Accostai la girandola all’orecchio. Erano i colori. Stavano litigando.

Il rosso gridava: “Io sono come il fuoco! E sono il più forte di tutti voi!”

Allora il giallo rispondeva: “Io sono come il sole, più grande e luminoso di tutti”.

“Siete troppo vanitosi.” diceva l’arancione “Io sono fatto un po’ dell’uno e un po’ dell’altro di voi due, per questo sono in perfetto equilibrio.”

“Smettetela di calpestarmi!” gridò il verde come l’erba.

E l’azzurro sospirò “Io che ho il colore del cielo, mi tocca vedere sempre queste scene…”

Nel frattempo, l’indaco ed il violetto se ne stavano in disparte, perché pensavano di non essere tanto famosi come gli altri.
Fu in quel momento che sentii un’altra voce, forte, che arrivava da lontano, ma era molto vicina.

Era il vento.

Mi disse “Stringi con forza il bastoncino di legno. Ora ci penso io.”

E così, soffiò. Soffiò. Soffiò ancora più forte. La girandola cominciò a girare velocemente, e tutti i colori, come per magia, si trasformarono nel bianco.

Tornando a casa quella sera, pensai al vento.

Era paziente. Sapeva che i colori in fondo non erano così diversi tra loro.
Sapeva che quando qualcosa li teneva uniti era facile girare tutti insieme e creare qualcosa di bello.
Sapeva anche che probabilmente avrebbero continuato a litigare in futuro, ma mi voleva insegnare che prima o poi arriva sempre un colpo di vento a cambiare in meglio le cose.

di Donato Simone Frigotto

002. POP

002

Vide il giorno cominciare a colorarsi con una sfumatura di sapone verde e diventare sempre più grande e tondo. POP. Aveva cominciato a librarsi nel cielo e volava trasportata dal vento delicatamente.

Sembrava quasi che il vento, suo fratello, facesse attenzione a non farla urtare da nessuna parte, altrimenti sarebbe scoppiata.

Volava e guardava estasiata in basso tutti i prati e i pascoli e i fiumi e le fattorie con cavalli, galline e oche, le montagne all’orizzonte con la neve sulle cime. Non poteva sentire i vari profumi perché l’odore di detersivo di cui era fatta era troppo intenso e solo quello avrebbe sentito in tutta la sua vita.

Passò vicino un nido di uccelli e vide un passero dare da mangiare ai suoi piccoli.
Passò vicino un alveare e vide le api lavorare per produrre il miele.
Passò vicino la cuccia di un cane e lo vide abbaiare festoso incontro al suo padrone.
Passò dentro un granaio e vide dei gattini che giocavano con la loro mamma.
Passò nei pressi di una fattoria e vide una donna stendere il bucato al sole canticchiando. Passò vicino un fiume e vide un uomo che pescava un vecchio stivalone.

Arrivò il tramonto e volle andare a vedere cosa c’era dietro i monti, dove andava a finire il sole. Aiutata dalla forza del vento si avviò, ma arrivata in cima alla montagna POP. Scoppiò.
Era una bolla di sapone.

di Antonella Petrera