012. Alessandro il ragno

012

C’era stavolta un piccolo ragno,
che camminava nella vasca da bagno.

Si muoveva pian piano, con giusto contegno,
per evitare di lasciare il benché minimo segno.

Ed era davvero piccolo, quel piccolo ragno,
così piccolo che la vasca gli sembrava un enorme stagno.

Era da solo, senza un compagno,
ed ogni passo per lui era un grande guadagno.

“Io non mi lagno”, pensava il piccolo ragno,
muovendosi su e giù con molto impegno,
nella vasca che ormai era il suo regno,
lui si sentiva come Alessandro Magno.

E scivolando gridava “Non mi rassegno”,
perché la ceramica non è mica legno.

Col mio sguardo stupito per un po’ lo accompagno,
mentre prepara il suo nuovo disegno.

Lo lascio fare e ne ammiro l’ingegno,
la ragnatela perfetta è il suo marchingegno.

Da lui ho imparato una lezione che insegno…
“…fai sempre qualcosa di cui essere degno”.

di Donato Simone Frigotto

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007. Il falco e il passero

007

Ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Dice il falco al passero.
Siamo proprio una bella squadra, noi due.
La smetteranno, prima o poi di fare tutti quegli strani rumori…
Sì, sì, di solito la smettono, dopo un po’.

L’albero cavo è pieno di telefoni in mezzo alle foglie secche. Qualcuno di essi trilla ancora, e altri agonizzano con le batterie quasi scariche.

Io dico che quei due che abbiamo fatto incontrare il mese scorso si sposano entro l’estate.
Hanno di nuovo gli occhi, adesso.

Ehi, hai visto la gazza? È verde d’invidia! Sghignazza il falco.
Caspita, guarda! C’è quello col cappello di lana! Vai, svelto!
Questa volta non mi sfugge.

Il falco, con un gesto fulmineo, si getta in picchiata, e con gli artigli acciuffa il telefono del tipo col cappello di lana, e poi vola via. Senza che lui possa dire né “ahi” né “bai” il passero gli è sulla spalla. Cinguetta e si fa seguire con lo sguardo.

Davanti al tipo col cappello di lana, come per magia, compare il carosello con la sua romantica musica da organetto, il venditore di zucchero filato, il bambino con le bolle di sapone, gli anziani che si canzonano giocando a scopa, il signore che pesca fischiando dal ponticello, gli studenti che sottolineano i loro libri mangiando gommose di zucchero, i bambini che fanno i compiti sul prato, e la ragazza più bella che lui abbia mai visto appare di fronte a lui e gli dice: “Ti faccio un fiore di palloncini?”.

di Antonella Petrera

006. L’avventura di Rachi

006

Rachi era un pollo. Zampettava maldestro da quando era uscito dall’uovo.

Ci vedeva poco, Rachi.

Quando gli altri polli trotterellavano veloci verso la mangiatoia e le bucce, lui arrivava sempre troppo tardi.
Sei tutto sbilenco!
E sei anche orbo.” Dicevano.
Ti faranno arrosto come tuo zio”.

Suo zio aveva deciso per conto proprio di farsi fare arrosto, tempo prima, perché aveva il suo stesso problema. Rachi, però, aveva Nardina.
Nardina ogni giorno gli portava le bucce più golose.
Gli parlava dolcemente.

Cacciava via i polli cattivi che volevano rubargli il cibo. Si accertava che bevesse, lo carezzava.
A Rachi Nardina piaceva. Lei la vita la vedeva. Proprio come lui.

Il giorno che Nardina partì per un lungo viaggio, decise di partire anche lui.
Gli dolevano le zampe. E allora?
Ci vedeva quasi niente. E allora?

La faccenda del pollo arrosto proprio non faceva per lui.
Sarebbe stata la sua avventura.
Gli altri polli lo canzonarono come al solito.
C’era anche qualcuno che voleva impedirgli di partire per proteggerlo, ma Rachi la vita la vedeva. E la sceglieva. Sempre.

Quando Nardina tornò dal suo viaggio Rachi non c’era più.
Non importa come. Rachi visse la sua avventura.
Nardina per questo non fu triste mai.

di Antonella Petrera

001. Il gatto nero e il gatto bianco

001

Sotto la chiesa, da qualche parte nel vicolo, abita il gatto.

Sono tutti neri i gatti del vicolo, e i gatti bianchi passano superbi di tanto in tanto. Ce n’è uno che si ferma più degli altri.

Nel vicolo c’è la scuola di italiano.

Gli uomini grandi e neri, gli uomini grandi e bianchi, le donne grandi e con i pantaloni, le donne grandi e con i veli vanno alla scuola di italiano.

Il gatto nero e il gatto bianco si siedono insieme nella nicchia che fa la finestra, all’ombra.

Si siedono solo per la lezione delle undici, perché prima alla finestra l’ombra non arriva. Si siedono finché suona la campana di mezzogiorno.

Il gatto nero e il gatto bianco sanno l’italiano.

di Antonella Petrera