42. Ma mi manca

ma mi manca

Le case e le strade erano bagnate dagli spiragli del giorno appena iniziato.
“Papà, cos’è la mancanza?”
Guardavo il rosso della luce al semaforo, immobile. Mi sembrava fosse passata un’ora prima di essere stato in grado di formulare la mia risposta. Che fu un’altra domanda, però.
A cosa ti riferisci cucciolo?” accennai, ostentando calma.
Rimase in silenzio per un po’. Dieci interminabili secondi durante i quali cercai di ricordare alcuni spunti de “Il Piccolo Principe”. Ce l’aveva sul comodino proprio ieri dopo essersi addormentata, no?
Maledizione, non ricordo nulla.
E’ la rosa quella con cui il ragazzo parla di mancanza? Oppure è la volpe?
Verde. Tempo scaduto. Quasi senza respirare lei continuò a guardare fuori dal finestrino e sussurrò:
“Mi manca la mamma. Credo di sentire la mancanza”.
Lo disse con il tono più adulto nella voce di una bambina, che risuonò in me come una sentenza.
Manca tanto anche a me”, riuscii solo a dire, ed il mio cervello da genitore si stava già punendo per essere stato così egoista da esprimere il mio bisogno e la mia fragilità di fronte a chi mi stava chiedendo di essere la sua roccia.
Mi sembrava di essere un capo cordata in montagna che fugge per primo davanti al pericolo di una slavina.
Lei non mi diede altro tempo. Di nuovo arrivò con le sue domande. Una cosa che mi piace tanto, di lei.
“Quando una persona non c’è si dice che è assente. A scuola la maestra scrive così ogni volta che uno di noi non è seduto al suo banco. Allora penso che siccome la mamma non c’è più, la sua è una assenza. Ma non capisco bene, papà, che differenza c’è tra una assenza ed una mancanza?”
“Perché io non la sento assente, la sento che mi manca”.
Ora il capo cordata era diventato un capitano in preda al panico che calava una scialuppa solo per sé, con il desiderio di allontanarsi sempre di più e sempre più veloce dal luogo del naufragio.
Credo che la mancanza sia quello che resta dopo l’assenza” dissi riprendendo fiato.
Anche se non c’è più, per chi è rimasto qui, come noi, lei c’è ancora, in qualche modo”.
Stavo raschiando il fondo della banalità. Un altro semaforo. Mi sembrava che la terra per qualche istante avesse smesso di girare, o quantomeno lo stesse facendo più lentamente.
“Quindi la mancanza non è più della persona che è mancata, ma di chi rimane qui, in compagnia della sua assenza.”
“Sai, papi, credo di aver capito meglio cosa vuol dire presenza.”
A quel punto ero io a non capire più niente, ovviamente.
“La mamma mi manca perché è assente. Ma la sua mancanza è sempre presente. Perciò mi ricorda che non è assente mai.”
Scese dall’auto e mi baciò sulla guancia, come sempre un po’ di fretta. Iniziò a mancarmi, come tutte le mattine, anche se sarei tornato a prenderla all’uscita della scuola di lì a qualche ora.
Il grigio delle case ora era più bagnato, e sapeva di sale, come queste righe sulle rughe del mio volto che mi appannano gli occhi. Occhi che da oggi vedono un po’ di più.

di Donato Simone Frigotto

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36. Quando il sogno si riposa

036

Qualcuno dice che i veri sogni, quelli belli, quelli utili, si fanno solo ad occhi aperti.
Questa, però, sarà un’altra storia.
Quella di adesso, invece, è la storia di chi ha il potere di creare un sogno sognato, meravigliosomeravigliato.
Bonafina cerca di guarire, cerca cuori da intenerire, cerca desideri dentro folti pensieri, cerca bisogni, e ne fa sogni. Realizzati o da realizzare, che importa, l’importante è creare.
E come i pittori dopo l’ultimo stropicciare di una tela, come i poeti e gli scrittori dopo aver rubato l’ultima parola, anche Bonafina alla fine della creazione ha il suo spazio di evasione.
E nessuno la vede, e forse qualcuno la sapora. Lei vola.
E dopo un po’ di tempo che non le capitava, ha sorvolato esperienze.
Ha incrociato nel vento di una girandola una grande bolla di sapone appena prima che se ne scoppiasse; ha seguito una luce tenace fino al mare e l’ha osservata tra le stelle mentre illuminava una piccola noce che bramava navigare; è passata tra abeti nei boschi e salutato ricci funghetti; ha sorriso al nano Giuliano intento ad alzare il suo sguardo ed il naso all’insù; ha portato un po’ di sole ai pigiami stesi ad asciugare; ha trattenuto il fiato di fronte agli innamorati che si salutano senza farlo davvero; ha sorriso di fronte a matite verdi, zainetti e scarpette nuove oppure consumate.
Per un attimo ha udito brontolare un certo Signor Seccalossi, prima di ritrovarsi soddisfatta dall’aver ispirato giovani streghe e magie di ricordi; è passata veloce nel negozio di scrittura, giusto solo per verificare che tutto fosse a posto, e allo stesso tempo per mettere qualcosa fuori posto, in attesa di chi un posto lo deve ancora trovare.
Come spesso fa, passa a salutare Faro.
Ma stavolta, ha ascoltato anche il proprio, di bisogno. Che non è sogno.
E ha concluso il suo volo scegliendo il giusto posto per quella notte.
Si è seduta sulla spiaggia, in disparte, ed invisibile presenza, si è scaldata con il fuoco che le storie raccontano, a sentire le ferite che bruciano insieme alla legna, e diventano fantastiche cicatrici.
E sognando, si è addormentata.

di Donato Simone Frigotto

35. Che succede quando piove

035

Che succede quando piove?
Me lo chiedevo spesso quando ero bambino.
No, non mi interessava sapere perché piove; quello me lo spiegava la maestra di scienze: il sole che scalda, l’acqua che evapora, le nuvole e le correnti che sbattono tra loro…
Mi chiedevo invece che succede quando piove.
E forse ancora non lo so bene.
Sento che l’aria si cambia, come quando ci si cambia d’abito prima di un appuntamento importante.Vedo le gocce cadere, e mi sembra che nessuna cada poi nello stesso punto in cui un’altra si è appena posata, violentemente a volte, o a tratti trattenuta.
Quasi come se ci fosse una forma di rispetto reciproco, me lo immagino così.
Quasi come se il crepitio sui tetti delle case e sulle auto, sulla plastica e sul ferro, e sul muto asfalto, fossero il loro modo per segnalare che stanno arrivando, una dopo l’altra.
Eppure, molto probabilmente, sullo stesso punto prima o poi ricadono, no?
Perché, come ci si spiega che poi è tutto bagnato?
Davvero può bastare una sola goccia in un solo punto…e quella vicina solo in quel punto…e quelle circostanti, ognuna solo nel suo punto preciso… per rendere tutto bagnato?
“Piove sempre sul bagnato” qualcuno lo deve avere inventato, no?

E osservato, no?

E vissuto, no?

Non lo so.

Quando piove tutto cambia, e tutt’intorno la gente si aspetta che poi tutto torni normale.
È che per le gocce d’acqua tutto normale significa tutto bagnato.
Io mi trovo ancora oggi, se sono in casa, o in qualche posto chiuso, quando piove, ad aprire la finestra ed annusare l’odore del legno…anche quello cambia.
Per non parlare di quello dell’asfalto. O quello dell’erba
Anche la mia pelle cambia, e non è solo bagnata. È diversa.
Odora di pioggia, di punti scelti in cui atterrare e scendere, e con rispetto poi rimanere lì.
In attesa di un altro punto e di un’altra goccia.
Che non sai bene quando.
Allora rimani ad aspettare. E odorare.
“Cose rare.” mi apostrofa Faro. Anche a Faro piace quando piove.

di Donato Simone Frigotto

33. Fi(am)ore bello

033

Entrò di nuovo nel negozio di scrittura.
Lo faceva regolarmente, e gli capitava anche più spesso nei momenti particolari della sua vita.
Quel giorno portò la sua attenzione ad una delle sezioni sperimentali, quella delle parole inventate, all’interno del reparto neologismi. Non capiva bene la distinzione tra sezioni e reparti, ma a lui interessava soltanto curiosare.

Era un periodo di gran fermento, tutto il negozio era finito sui giornali e su ogni schermo possibile grazie a quell’insegnante e al bambino che inventava le parole.
Ma le cose che lui amava cercare erano di gran lunga più nascoste, e la primavera che spingeva via dolcemente l’inverno gli stava suggerendo che nell’aria c’era un non so che di bello che ne profumava l’essenza.

E quel profumo di cielo, misto ai colori più vivi, richiamava qualcosa di bello.
Ora, ripensando alle parole inventate, “bello” non era certo una novità, ma era quello che sentiva ogni volta che guardava la serena creatività di un fiore a primavera, e si sentiva innamorato della natura stessa delle cose.
Quella natura che per definizione non chiede di intervenire, bensì solo di osservare, ed eventualmente di rimanerne meravigliosamente meravigliati.
Allora prese un pezzetto di carta e una matita, e scrisse d’un fiato:

fi am ore

E poi se ne uscì, ma non senza prima essersi fermato un istante a contemplare quel momento. E a pensare a quando avrebbe dedicato, in segreto, a qualcuno, una frase che dicesse “Sei il mio fiamore bello”.

E un sorriso strano di primavera spinse via anche l’ultimo granello di inverno.

di Donato Simone Frigotto

30. Non salutiamoci

030

C’era molto vento. Questo lo ricordo bene.
Ed era strano, perché non ce n’era mai stato durante il giorno. Sembrava avesse atteso
proprio adesso. Quasi sotteso, ma intenso, forte.
Alcune folate erano insistenti e sembravano voler entrare di forza attraverso i finestrini dell’auto.
Il vento non si curava delle profondità dei pensieri e dei respiri nelle gole delle gole.

Si guardavano da vicino, quasi a volersi entrare negli occhi; e solo quando si distanziavano un po’ lui poteva notare il leggero strabismo di Venere che la rendeva ancora più bella. Tra sé e sé lui pensava davvero avesse qualcosa di divino dentro, ma non lo diceva.
Le lancette del cuore correvano troppo veloci, così tanto che non c’era abbraccio lungo, profondo, né calmo abbastanza da poterle rallentare in qualche modo.

Avevano paura, una paura infinita. Sarà per questo che parlavano pochissimo.
Lasciavano parlare il vento, al posto loro, che sapeva dove andare a sbattere con le parole, nel tentativo di farsi sentire.
Avevano paura di perdersi, appena dopo essersi trovati.
Avevano paura di mancarsi tanto, troppo per poter resistere.
Eppure quattro mesi non sono tanti… in confronto all’eternità. Ma sembrano infiniti, nella distanza dei luoghi e nei vuoti degli spazi che li avrebbero divisi.
Avevano paura di salutarsi. Perché di solito, quando ci si saluta, ci si lascia un po’.
Di solito, quando ci si saluta, ci si manca più di prima.

E lei disse: Non salutiamoci. Così non ci lasceremo mai.

In quel momento il vento urlò più forte, e poi rimase in silenzio.
In effetti, lo sapevano, erano già l’uno dentro l’altra. Ci sarebbero stati comunque.
Non era necessario salutarsi.
E non si lasciarono mai.
Solo il vento, e tutte le cose che volevano farsi sentire per forza, continuarono a sbattere fuori dai finestrini.

di Donato Simone Frigotto

28. Faro e la nebbia

028

Non è tanto per il freddo. L’inverno arriva, si sa.

Non è nemmeno tanto per l’umidità. A quella si è abituato ormai.

Si tratta più di tutto della nebbia.

Non l’ha mai capita.

Non è acqua, ma nemmeno neve, o qualcos’altro di più solido.

Scende e sale, ma sembra non arrivare né dal cielo e né dalla terra.

Così mi ha raccontato l’ultima volta che ci siamo parlati.

La nebbia – dice – rende strane le cose, le cambia, in qualche modo: l’erba, il fiume, la strada, cambiano forma e profondità. Ogni tanto bisogna un po’ pulirsi gli occhi, quasi stropicciarli come di fronte ad un sogno, per togliere quella patina che altrimenti offusca di più.

La nebbia rende più lente le persone, le rinchiude in casa più spesso.

Le preoccupa, come se non potendo vedere bene cosa c’è più in là, temessero di incontrare cattivi presagi, e ancora di più, brutti avvenimenti.

O forse è solo paura dell’incerto, di quello che non si sa. Che poi – dice Faro – non è tanto diverso da quello che c’è quando la nebbia non c’è.

Ma sembra diverso davvero. Cioè, quello che c’è, ci sta sempre.
Quello che non c’è, non c’è. E quello che è incerto, incerto lo rimane.

Con o senza nebbia.

Anche la sua luce è sempre la stessa.

Ma quando lo osservo nelle sere di nebbia, la sua espressione cambia.
Sembra quasi che si impegni di più, come uno sguardo concentrato che socchiude le palpebre, per scrutare di più.
Lui lo sa. Lo ha imparato. Come le altre cose che mi ha raccontato.

Che è proprio quando si vede di meno, che bisogna brillare di più.

di Donato Simone Frigotto

26. La coperta di lana

026

Ritorno – e non so come – a quel periodo, in cui una cosa grande mi copriva

tutto quanto, dai piedi alla testa. La chiamavo “…péta”.

Ricordo, quando ho iniziato a capire che era una coperta, forse di lana, che sul

divano era sempre lì pronta per chi ne aveva bisogno.

Rivoglio, la sensazione di potenza e di mistero, che mi faceva diventare più

forte e condottiero, quando la coperta era il mio mantello di supereroe.

Risento, come fosse ora, la differenza di temperatura: la mano calda di papà

che mi accarezza e gratta la schiena, passando sotto il pigiama, mentre la

coperta stava sulle sue ginocchia. E in sottofondo la tv che manda come lampi

la pubblicità.

Riposo, la coperta dentro i cassetti perché arriva la primavera. E poi l’estate.

Riapro, quella parte dell’armadio quando arriva l’autunno.

Riguardo, il suo blu che qualcuno mi insegnava a chiamare indaco, mentre

aspetta che sia di nuovo il suo turno, per riprendere il suo posto, e lei piegata in tre

parti e pronta, a cavallo del bracciolo del divano. Sempre con un po’ di

riguardo, sempre con lo stesso sguardo.

Rivivo, il momento in cui la coperta mi copre solo metà corpo, perché ormai

sono grande e non sembra più così importante. Anche se fa da cuscino, anche

se fa schienale.

Riprendo, la coperta alla fine, e ripasso con le dita le sue estremità consumate;

rimando ancora, fino a chissà quando, il momento di buttarla.

Ricopro, ormai poco di me con la coperta, e riscopro quel poco di calore che

riporto sereno quando riparto per ritrovarmi in un altro posto.

Ritiro la coperta da una parte all’altra, ma in qualsiasi modo c’è una parte che

rimane scoperta, perché ho imparato che nella vita la coperta sembra sempre

troppo corta.

Ripeto a me stesso e rileggo questa storia dall’inizio, perché ripenso spesso al

fatto che ogni giorno incontriamo qualcuno che è la coperta per qualcun altro.

di Donato Simone Frigotto

24. Noce navigante

024

Dicono che i bambini sognano.

Anche gli adulti lo fanno.

Dicono che i bambini forse lo fanno meglio.

O meglio, forse i bambini lo fanno di più.

In più, loro sognano più spesso.

Sognano ad occhi aperti.

Vedono cose, sentono suoni, inventano voci…e immaginano.

Ci penso in questi giorni.

Ci penso mentre guardo questa noce.

Ne rompo il guscio in modo un po’ distratto mentre sto seduto a tavola e fisso la tovaglia assorto. Mi chiedo come si può trovare una barca… dentro la metà del guscio di una noce. E farla navigare in un lago di bicchiere. O in un mare di pozzanghera. E soffiarci un uragano. E guidarla con un dito.  Senza nemmeno preoccuparsi di essere così ingombranti da non poter mai entrare davvero in quel mezzo guscio. Come a dire che non c’è bisogno davvero di un nostromo, un capitano o un ammiraglio. 

Che importa, mi dico. La immagino già che si ferma in uno dei tanti porti che non hanno ancora un nome.

E là si ferma per il tempo necessario.

Il tempo sufficiente ad immaginare un nuovo viaggio.

E la domanda non ha più bisogno di risposta, poiché la domanda è già viaggio di per sé.

È già un sogno così com’è.

Che la prossima noce navigante porterà con sé.

di Donato Simone Frigotto

23. Un punto di vista

022

Entrò nel negozio di scrittura. C’era molta gente quel giorno. Dietro il banco i saggi insegnavano ai giovani come poter servire i clienti che entravano nel negozio e cercavano qualche parola difficile, una correzione ortografica, o chissà cos’altro l’ispirazione suggeriva loro.

C’era il reparto classici e quello contemporanei; c’era il piano elevato sulle lingue straniere, e c’era pure un piano sotterraneo per le scritture dimenticate e impolverate.

Girò per un po’, per poi finire nelle sue stanze preferite, quelle dei segni di punteggiatura.

Ammirava spesso muoversi qua e là i vari segni di punteggiatura, tutti molto indaffarati a voler far bene il loro mestiere. Vedeva che le virgole erano spesso arrabbiate perché si sentivano poco utilizzate o messe in punti dove non servivano affatto; le virgolette discutevano animatamente con i punti  l’opportunità di farli entrare all’interno della frase oppure lasciarli fuori.

Anche questa volta portò la sua attenzione alla sezione in cui stavano i punti di domanda. Li ammirava.

Il proprietario del negozio gli aveva confidato che i punti di domanda erano le chiavi che aprivano le porte della conoscenza

Quel giorno notò un punto di domanda più ricurvo degli altri. Si muoveva piano. Sembrava un vecchio zoppo con la testa bassa e la gobba pesante.

Lo prese in prestito e gli fece una domanda: “Perché te ne stai così piegato?” “Sto cercando” – disse – “Sto cercando di capire come fare ad essere un buon punto di domanda”. “E dove cerchi?” – chiese. “Eh…cerco le risposte dentro di me” – rispose il punto di domanda, stanco e un po’ malinconico.

“Uhm…io non me ne intendo molto, ma se ti fai guardare un attimo, forse ti posso aiutare”. Il punto di domanda alzò lo sguardo, e la sua schiena divenne più dritta, ed ebbe subito una grande sensazione di benessere. Ebbe quello sguardo di chi si interroga e poi in un lampo trova la risposta di ciò che andava cercando. Si sentì più forte, e fiero. E con un sorriso ringraziò, spostandosi dal suo scaffale.

Era diventato un felice punto esclamativo.

di Donato Simone Frigotto

20. Sapete di un abete?

020

Spesso mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa davvero un abete?”

Un abete, sì, quello simile al pino,

ma di quelli alti su fino al camino.

All’aperto respira aria celeste

mentre abita piano in boschi e foreste.

Offre la casa ad insetti e bestiole

mentre punta lo sguardo alla luce del sole.

E poco gli importa se verrà tagliato

perché è nel destino del suo essere nato.

 

Ripenso e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa, nel tempo, un abete?”

C’è qualcosa che fa, e che lo rende speciale

per cui cresce più forte man mano che sale.

Qualcosa che rende le persone felici,

i grandi i piccini, i parenti e gli amici.

Dei cuori diventa custode importante,

per far sì che la gente sia tutta festante.

La osserva in silenzio, come un amico educato,

la osserva dal posto in cui lo hanno piantato.

In piazza, in salotto, in fianco al camino,

ti fa venir voglia di andarci vicino

a guardare le luci, a toccare i colori

a sperare davvero nei giorni migliori.

 

Anche io lo osservo e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa alla fine un abete?”

Il vivere in pace con la natura,

conoscendo già la sua meta futura.

Questo lo rende davvero speciale.

Attende la festa, la crea, la rende vitale.

Sapete l’abete che fa? Diventa Natale.

di Donato  Simone Frigotto

018. Faro e un filo

018

Stamane esco a camminare vicino casa, su quell’argine che costeggia il piccolo fiume, accompagnato dai lampioni.

Incontro nuovamente il mio amico Faro, che come sempre fa il suo dovere, anche in queste autunnali giornate di pioggia.

Mi fermo a salutarlo, e lui ne è davvero contento, perché vuole parlarmi di una cosa.

Sai – mi dice – nei giorni scorsi alcuni uomini che indossavano delle giacche fluorescenti sono passati di qui e hanno tagliato l’erba su quasi tutti gli argini del fiume.

Io subito ero molto triste – continua lui – perché ho pensato a cosa succederebbe a me, se mi tagliassero con una macchina rumorosa lasciando solo un pezzetto di me, appena appena vicino al terreno, come hanno fatto con tutti quei fili d’erba.

Così ho pianto – mi dice – perché pensavo che i fili d’erba fossero morti. Ho pianto prendendo in prestito le gocce d’acqua che sono cadute in questi giorni, e le ho versate fino a terra.

Ho pianto, ma poi ho sentito un piccolo filo d’erba che cantava felice.

Non capivo perché.

Il filo d’erba mi ha spiegato che era contento che gli uomini fluorescenti lo avessero tagliato. Continuavo a non capire bene, ma lo ascoltavo. Mi ha detto che solo così poteva continuare a crescere. E infatti ho visto poi che le formiche ci passavano, e le farfalle ci volavano, e i bruchi ci camminavano.

Mi ha detto che tutti i fili d’erba, se crescono troppo alti, senza cambiare, prima o poi muoiono soffocati.

Così non solo ho smesso di piangere – continua Faro – ma ho iniziato ad essere felice, e respirare questa aria piovosa e umida, che fa bene alla terra, alle piante, e ai fili d’erba.

E mentre mi dice questo Faro sorride. E’ contento di avermi raccontato quella storia. E’ contento di aver imparato qualcosa di nuovo.

Ed io ora me ne torno a casa, da una passeggiata che mi ha fatto guardare ai fili d’erba in un modo che non sarà mai più lo stesso di prima.

di Donato Simone Frigotto

017. Il signor Dimentichino

017

Conoscevo un signore.

Era nato qui, in paese. Camminava qua e là, vagando senza meta. Aveva lo sguardo perso. Non ricordava il suo nome. Glielo chiedevano, come si chiamasse, e lui si sforzava di ricordare, ma alla fine diceva sempre:–Non mi ricordo.–

Sembrava sbadato, un po’ strambo, qualcuno lo riteneva sciocco. In realtà non si ricordava niente. Nemmeno cosa aveva fatto due giorni, un giorno o un’ora prima. Anche nelle giornate in cui pareva un po’ più lucido si dimenticava le chiavi, il cellulare, gli occhiali, oppure non si ricordava dove aveva parcheggiato l’auto, e doveva cercarla per ore.

In paese tutti lo conoscevano e lo aiutavano a ritrovare la strada di casa, le chiavi, la macchina, il cellulare…
Per comodità, e con affetto sincero, gli abitanti del paese lo avevano soprannominato “Sig. Dimentichino”. E tutti i giorni gli abitanti del paese ricordavano a Dimentichino che doveva pur ricordarsi qualcosa, e che si doveva sforzare di ricordarsi almeno le cose più importanti. Ma lui rispondeva:–Non mi ricordo.–

Un giorno, io ricordo bene che passò dalla piazza del paese un dottore che arrivava da lontano. Aveva l’aria serena e l’occhio molto sveglio. Osservava incuriosito tutte le persone che incontrava, perché gli piaceva capire cosa pensavano, cosa dicevano, e come si sentivano.

Il suo sguardo venne attirato inevitabilmente da uno strano uomo che passeggiava per il paese con l’aria assorta e imbambolata.

–Chi è quel tale? – chiese il dottore al barista della pasticceria in cui si trovava.

–Ah, quello. – rispose il barista sorridendo – Quello è il Sig. Dimentichino. Non si ricorda mai niente, a volte non ricorda nemmeno il suo nome. –

Il dottore aprì la sua valigetta un po’ misteriosa. Prese il blocchetto per gli appunti, una delle tante penne sparse nella borsa e iniziò a scrivere, fermandosi a pensare di tanto in tanto. A tratti lanciava un’ occhiata al Sig. Dimentichino, per poi rituffarsi a scrivere. Alla fine tirò un sospiro. Si alzò dalla sedia e andò dritto verso Dimentichino. Camminava sicuro, determinato e sereno.

Con tono gentile gli disse –Signore, può tenere questa lettera con sé ora?– e mentre pronunciava la parola “ora”, la sua voce diventava più profonda e forte. Aggiunse poi: –La tenga stretta con sé.–

Il Sig. Dimentichino preso dalla paura di non ricordare ciò che quell’uomo gli aveva detto, aprì immediatamente la lettera che gli era stata consegnata. Sul foglio c’erano poche chiare parole.

 

PUOI DIMENTICARTI TUTTO QUELLO CHE VUOI.
PUOI DIMENTICARE QUELLO CHE NON SERVE, E ANCHE QUELLO CHE È IMPORTANTE.
PUOI DIMENTICARTI LE COSE PICCOLE E QUELLE GRANDI.
PUOI DIMENTICARTI DAVVERO TUTTO.

PUOI DIMENTICARTI ANCHE DI DIMENTICARE.

 

E da quel giorno così fece.

Non ebbe più bisogno della lettera, né di nient’ altro, perché iniziò a ricordare perfettamente.

Ricordò soprattutto che quello fu il giorno più importante di tutta la sua vita.

di Donato Simone Frigotto

014. Il nano Giuliano

nano aviatore

Giuliano era un giovane nano.

Era basso, ma sapeva guardare lontano.

Alzava gli occhi al cielo ed il naso all’insù

per osservare ogni giorno l’ aeroplano.

Gli avevano detto che per volare fin lassù,

l’aereo aveva bisogno di un capitano.

Uno che lo sapesse pilotare

sopra le montagne, i laghi, ed il mare.

Giuliano ancora non sapeva come fare,

quanta gente poteva portare.

Chi lavora, chi va in vacanza, chi torna a casa dalla famiglia,

chi dorme, chi legge, e chi guarda le nuvole con meraviglia.

Lui era tenace e curioso, ed era un sognatore.

Voleva fare davvero il mestiere dell’ aviatore.

Giuliano amava alzare lo sguardo, per andare lontano.

E già si vedeva Capitano, sul suo aeroplano.

Sapeva che tutto parte da un sogno

di cui ogni nano, ma ogni uomo, ha estremo bisogno.

di Donato Simone Frigotto

012. Alessandro il ragno

012

C’era stavolta un piccolo ragno,
che camminava nella vasca da bagno.

Si muoveva pian piano, con giusto contegno,
per evitare di lasciare il benché minimo segno.

Ed era davvero piccolo, quel piccolo ragno,
così piccolo che la vasca gli sembrava un enorme stagno.

Era da solo, senza un compagno,
ed ogni passo per lui era un grande guadagno.

“Io non mi lagno”, pensava il piccolo ragno,
muovendosi su e giù con molto impegno,
nella vasca che ormai era il suo regno,
lui si sentiva come Alessandro Magno.

E scivolando gridava “Non mi rassegno”,
perché la ceramica non è mica legno.

Col mio sguardo stupito per un po’ lo accompagno,
mentre prepara il suo nuovo disegno.

Lo lascio fare e ne ammiro l’ingegno,
la ragnatela perfetta è il suo marchingegno.

Da lui ho imparato una lezione che insegno…
“…fai sempre qualcosa di cui essere degno”.

di Donato Simone Frigotto

011. Il ladro, il riso e un sorriso

011

Un ladro tentò di entrare nella casa di un ragazzo che ascoltava la musica con le cuffie a volume alto.

Il ragazzo non si accorse che il ladro era entrato.

Il ladro aveva molta fame, e il ragazzo aveva lasciato sulla tavola una ciotola di riso del ristorante cinese sotto casa. Il ladro si mise a mangiare il riso e si dimenticò quello che era andato a fare.

Quando stava per uscire, e si ricordò che in realtà era lì per rubare, vide uno strano libro sullo scaffale. Lo aprì. C’erano scritte a matita delle frasi qua e là, ma una lo colpì più delle altre.

Chi sorride al ladro, in realtà gli ruba qualcosa a sua volta”.

Così il ladro mise giù il libro, ringraziò il ragazzo per il riso, e se ne andò.

Con un nuovo sorriso.

di Donato Simone Frigotto

009. Faro

009

Poco lontano dalla casa in cui abito c’è un fiume.

I suoi argini sono grandi, e le persone ci camminano spesso per fare una passeggiata di giorno e anche di sera.

Lungo gli argini ci sono i lampioni. Uno di questi si fa chiamare Faro.

Le persone lo prendono in giro, spesso ridono alle sue spalle. Le sento burlarsi, dicono: “Povero sciocco… non è che un lampione di città!

Qualcuno tenta di fargli cambiare idea. Un uomo cattivo gli grida: “L’acqua che senti non è il mare! Sei qui, sull’ argine di un piccolo fiume, non su una collina di fronte all’ oceano! Non ci sono marinai o navi da salvare e guidare fino a riva! Sei solo un lampione come tutti gli altri in fila, prima e dopo di te!”.

Ma Faro se ne sta lì, senza badare a quelle parole. Sta lì alto, dritto, con la sua boccia di vetro al posto della testa, che si illumina quando il sole scende dietro le case della città. Immobile, fiero di sé, sta lì a fare il suo mestiere.

Un giorno presi coraggio e gli parlai.

“Ciao Faro.” Gli dissi.

“Ciao.”

“Che fai?”

“Faccio ciò per cui sono nato. Faccio il Faro. E’ così che mi hai chiamato anche tu.”

Mi sedetti tranquillo sulla panchina con la sensazione che sarebbe stata una bella conversazione.

“E cosa fa un faro?”.

“Un faro vero non lo so se lo so. So che io sono un punto di riferimento per le persone, per chi passa di qui e ha bisogno di luce. Per chi attraversa il fiume e per chi cammina sulla strada. Io faccio luce e aiuto. Io sono utile.”

Fu una bella conversazione, in effetti.

Da quel giorno, quando prendo la strada sull’argine del fiume, ogni volta che ci passeggio accompagnato dai lampioni lo osservo più attentamente, e mi rendo conto che davvero ha qualcosa di speciale.

Sembra più alto degli altri lampioni. Più dritto. E la sua luce brilla più decisa delle altre.

Tra tutti i lampioni in fila, io noto lui. Faro.

Dal giorno della nostra conversazione è diventato un punto di riferimento anche per me.

E’ proprio vero. Lui non è un comune lampione.

Fa ciò per cui è nato e lo fa bene. Lo fa con amore e crede in sé stesso.

È il Faro più speciale che una città col fiume possa avere.

Sono contento di conoscerlo.

di Donato Simone Frigotto

008. Ora ci penso io

008

Un giorno, mentre guardavo da vicino una girandola colorata di arcobaleno, sentii sussurrare delle voci.
Accostai la girandola all’orecchio. Erano i colori. Stavano litigando.

Il rosso gridava: “Io sono come il fuoco! E sono il più forte di tutti voi!”

Allora il giallo rispondeva: “Io sono come il sole, più grande e luminoso di tutti”.

“Siete troppo vanitosi.” diceva l’arancione “Io sono fatto un po’ dell’uno e un po’ dell’altro di voi due, per questo sono in perfetto equilibrio.”

“Smettetela di calpestarmi!” gridò il verde come l’erba.

E l’azzurro sospirò “Io che ho il colore del cielo, mi tocca vedere sempre queste scene…”

Nel frattempo, l’indaco ed il violetto se ne stavano in disparte, perché pensavano di non essere tanto famosi come gli altri.
Fu in quel momento che sentii un’altra voce, forte, che arrivava da lontano, ma era molto vicina.

Era il vento.

Mi disse “Stringi con forza il bastoncino di legno. Ora ci penso io.”

E così, soffiò. Soffiò. Soffiò ancora più forte. La girandola cominciò a girare velocemente, e tutti i colori, come per magia, si trasformarono nel bianco.

Tornando a casa quella sera, pensai al vento.

Era paziente. Sapeva che i colori in fondo non erano così diversi tra loro.
Sapeva che quando qualcosa li teneva uniti era facile girare tutti insieme e creare qualcosa di bello.
Sapeva anche che probabilmente avrebbero continuato a litigare in futuro, ma mi voleva insegnare che prima o poi arriva sempre un colpo di vento a cambiare in meglio le cose.

di Donato Simone Frigotto

005. Da qui a lì

005

Sai, ci sono questi esseri qui; li chiamano adulti.

Perché?
Forse perché sono alti. Sono alti due volte gli altri.
Perché?
Eh… sono alti così, questi qui, perché così noi ci possiamo salire, .
Perché?
Perché da , possiamo vedere più in .
Come i nani quando salgono sulle spalle dei GIGANTI.
Perché?
Sai, è importante vedere lontano, più in
Si possono scoprire tante cose, anche quando si è piccoli come noi.
Si possono vedere anche più cose, più di quelle che vedono gli adulti.
Perché?
Perché quando noi saliamo , in alto, siamo noi un po’ più alti,
più alti degli adulti, in qualche modo.
E possiamo anche raccontare quello che vediamo ,
così è come se lo vedono anche loro, qui.
Uhm…
…cosa?
Ho capito perché.
Perchè cosa?
Perché li aspetto qui.
Perché?
Perché, quelli , gli adulti. Sono alti.
E per farci salire fino a
Devono diventare piccoli, come noi.
E abbassarsi. Fino a qui.

di Donato Simone Frigotto

004. Bonafina

004

Non c’era una volta…
­ No, non ho sbagliato, la storia fa proprio così. Ora vado avanti. ­
Non c’era, una volta.
Ed ora c’è.
Questa storia non racconta.
Prima non c’era.

­ Ecco, hai visto? Ti stai sbagliando. ­
Non ci sono principesse.
Non ci sono castelli.
Non ci sono rospi.
Non ci sono draghi.

Una volta non c’era, ed ora c’è.
­ Cosa c’è? ­
C’è qualcuno che non si sapeva.
­ Dov’è? ­
In uno spazio che non è lontano.
­ Quand’è? ­
In un tempo che non passa. C’è una creatura che splende.
Fa le cose di tutti i giorni, ma è una meraviglia meravigliosa e meravigliata.
Lei lo sa che prima non c’era e che adesso c’è.
­ Cos’altro c’è? Lo vedi? ­
C’è la possibilità di essere felici, con lei.
­ E tu lo sapevi già? ­
No, non lo sapevo. Neanch’io, c’ero, una volta, e adesso ci sono.
­ E com’è quando poi ci sei? ­
Hai presente quando l’arcobaleno lo vedi veramente?
No, dico, che lo vedi veramente.
Che ti senti bambino, sciocco, felice, importante, grandissimo, tutto in una volta?
­ Non lo so se lo so. Forse anche io una volta non c’ero e adesso sì. Chi lo sa? ­
Bonafina, lo sa.
Lei crea.
Lei è come l’arcobaleno.
E se ti lasci creare da lei, poi va tutto bene.
Non fare troppe domande.
Lasciati immaginare.
Lasciati creare.
­ Me la posso mettere nel taschino? Voglio stare con lei.­
Viene lei a stare con te.
E comincia a creare da lì dove sei.
­ Mi fido. ­

di Donato Simone Frigotto