43. La danzatrice di cristalli

bas4

La casa profumava di casa.
C’era un angolo che le piaceva più di tutti. Il mobile verde che conteneva i cristalli. Alcuni risalivano ai tempi della bisnonna. Guardarli scintillare ordinati, al sicuro, dentro le ante come in una cassaforte, carezzati dai puntuali raggi del sole al mattino, così belli e imperturbabili, la faceva sentire una di loro.
Lucente e al sicuro. Le sfuggiva il dettaglio di essere anche fragile come loro.
Quella notte fu svegliata da un assordante fragore lungo un attimo.
Si catapultò giù per le scale, maglietta e pigiama.
Accese.
Restò attonita minuti a guardare.
Cocci indistinti, polverizzati, giacevano ovunque.
Minuto dopo minuto si accorse che dentro le succedeva la stessa cosa.
Si sedette sull’ultimo gradino. Pianse solo una lacrima a metà. Le ante del mobile erano senza più vetri, spalancate sul niente. Tutto il vetro e il cristallo, chissà come, era finito in polvere.
Nel silenzio qualcosa si mosse nel camino.
Quell’ultimo tozzo ardente le fece balenare una follia che si fece strada dentro di lei come una locomotiva.
Si alzò.
Staccò con ardore le ante aperte sul niente e le scaraventò nel camino. Quasi immediatamente il resto della notte cominciò ad illuminarsi di fuoco, e lei, sentendo scricchiolare la polvere di vetro sotto i piedi, cominciò a danzare su una musica che aveva i tempi del suo silenzio. Prese a calci quella sabbia trasparente per vederla scintillare contro il fuoco, brillare e cadere ovunque. Ci strisciò i piedi per sentirla graffiare. Anche lei non era più al sicuro da niente.
Ma lucente sì, maledizione.
Sudata di danza e affannata vide il sole scostare la notte ed entrare con il suo rettangolo di luce nella credenza vuota.
Un’altra idea.
Un’altra locomotiva. Cominciò a riempirla di libri. Percorse la casa in cerca di tutti i libri che aveva, finché la riempì tutta.
L’aveva trasformata. Lei era trasformata.
Poi prese latte e cereali, e si sedette sul pavimento, lì, di fronte, a sgranocchiare nella luce brillando di fatica e di polvere di frantumi perfino nelle ciglia degli occhi.

di Antonella Petrera

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40. Essere dell’essere

038

C’è un essere.

L’essere è molto più potente del suo nemico, il dolore.

L’uno edifica con tenacia, senza ragione.

L’altro devasta, ma solo se gliene dai il permesso.

L’essere fa dolore.

E’ un fa? Fa male. Fa la vita.

E’ un do? E’ un do di petto, perché è esattamente lì che abita.

E’ un re? Sì. Regala tutto e regna su tutto senza permesso.

Se ti senti chiamare dall’essere, del dolore non hai più nulla.

Il dolore termina come l’essere, ma solo nel suono.

Dolore. Amore.

Se non sei pronto ad essere chiamato con il suo nome

l’essere può farti paura. Molta paura.

Lo scaltro genio della bellezza dice:

Libera l’intenzione. Lascia che vada.

Sii tu da solo, ama, e senza scopo.

L’essere non spacca. Apre. Espande.

L’essere è misterioso da secoli, per molti.

L’essere non lo puoi fermare.

Se pensi di poterlo fermare

hai bisogno di imparare a pensare di nuovo.

Essere di quest’essere è possibile.

Sì. Mi fa dare. Mi fa dolore.

Ma è là che c’è il mio sole.

Ed è là che voglio essere.

Nell’amore.

39. Ubriachi di aria

Ubriachidaria

Assesso’!!
Dice il signor Seccalossi.
Ma che cos’è che state a fare qua? Hanno detto che state piantando.
Si, signor Seccalossi, stiamo piantando un piccolo bosco di querce.
Si, ma le querce fanno ombra. Poi mia moglie non può più stendere il bucato al sole.
Signor Seccalossi, lei abita al terzo piano. E per quanto veloci possano essere le querce a crescere, vedrà che non avrà problemi col bucato.
Si, ma poi qui vengono troppe persone.
Cercheranno senz’altro pace e tranquillità. Sarà un bosco. Non una discoteca.
Si, ma poi le formiche saltano dai rami e vengono ad abitare a casa mia. Sa, quelle formiche con la testa rossa? Ho visto alla rai che sono molto pericolose.
Quelle dei paesi tropicali possono esserlo senz’altro.
E come la mettiamo con i serpenti?
Le garantisco che c’erano più serpenti prima, quando il terreno era completamente incolto.
Ma se ci sono gli alberi vuol dire che vengono anche gli uccelli. E gli uccelli cacano sul balcone.
Uhm… vero. Questo potrebbe essere un inconveniente. Se lei lascia delle briciole ai passeri vedrà che per gratitudine loro andranno a cacare da qualche altra parte.
Ma quando mia moglie stende le lenzuola, poi, si impigliano ai rami e si possono strappare.
All’inizio saranno querce giovani. Saranno basse. Le sue lenzuola saranno al sicuro.
Si, ma quando poi crescono le lenzuola si strappano di sicuro. E quella mia moglie si stanca, poi, a cucirle.
Mi dispiace contraddirla nuovamente, signor Seccalossi, ma tra trent’anni probabilmente lei sarà altrove.
Ma poi qui vengono i vecchi a leggere il giornale, lasciano i giornali sulle panchine, e poi se li vengono a leggere i vagabondi, e dormono sulle panchine.
E non è contento che ci sia così tanta gente che legga il giornale? Lei lo legge il giornale, signor Seccalossi?
No.
Forse lo potrebbe leggere portando qui i suoi nipotini a giocare. Non le piace stare all’aria aperta?
Si, ma quelli, poi, i nipotini, si raffreddano a stare troppo fuori.
Via, stare all’aria aperta fa bene. Lo sa che la poetessa Emily Dickinson invitava ad essere ubriachi di aria?

Emilichiii???

di Antonella Petrera

 

38. La pecora sul soffitto

Una pecora sul soffitto

La novena è noiosa. Ma nell’ultima fila succede qualcosa di speciale. Ahmed è col naso per aria, vicino a Bilal. Io sono Marina e ho la testa tra le nuvole. Io e Aisha siamo amiche per la pelle, e ci sediamo sempre vicine. Noi quattro sembriamo solo, seduti sulla panca come tutti. Tutti noi abbiamo i cappucci. Usiamo i cappucci dei giubbotti come cuscini e alziamo le testoline al soffitto, appoggiandole sullo schienale del banco. L’Ignazio ad Ahmed e Bilal ha detto che loro in chiesa alla novena (che è noiosa) non ci possono venire perché loro sono di Allah. E Allah non li lascia entrare in una chiesa dei cristiani. Ma io ce li ho portati lo stesso insieme ad Aisha. Io e Aisha vogliamo mostrare ad Ahmed e Bilal che in cielo si vola da sempre. Che anche gli uomini hanno le ali. Che uno che sapeva disegnare benissimo forse ha volato, per arrivare a disegnare sul soffitto. Il pittore Musìo, l’amico di zio Gianni, ha detto che di sicuro Michelangelo si schizzava la faccia di colori perché dipingeva con il pennello all’insù, sui soffitti delle chiese. Che ti credi, che è facile? Ridiamo. E allora noi guardiamo. E cerchiamo tutto quello che hanno disegnato. Ahmed da quaggiù trova una pecora. Una pecora! Una pecora come nel Piccolo Principe. Bilal guarda tutte le forme dei piedi e delle mani. Io trovo trentasei angeli bambini. Aisha trova perfino una spada. Il prete è venuto a vedere se chiacchieravamo. Quattro teste si sono girate verso destra senza dire nulla aspettando di essere sgridate ancora una volta senza aver fatto niente di male. Il destino dei bambini, e di certi popoli. Era il prete anziano che si mette il cappello rotondo. Non ha detto nulla.  Meno male. Poi abbiamo trovato tutti sul soffitto la colomba bianca con le foglie nel becco. L’Ignazio, invece, è proprio un cecato. Non la trova mai.

di Antonella Petrera

illustrazione di Valeria Zaccheddu

37. La donna senza mantello

037

La donna è stata chiamata forte.
Lei ora si gira all’improvviso.
E conosce le cose così, questa volta.
Si porta velocemente le mani alla bocca, tanto forte che si sente lo schiocco sordo.
Davanti ad una tale meraviglia si sente infiammare.
Il suo cuore comincia ad affannarsi.
Sembra uno spavento.
Si può svenire di troppa meraviglia?
Quel che vede e sente la lascia inerme a contemplare.
Non ci sono in quella selva angoli in cui rifugiarsi a guardare senza essere visti.
Potrebbe provare a nascondersi dietro un albero, ma gli alberi diventano trasparenti, perché vogliono che lei venga scrutata.
Il nodo al mantello si slaccia e il mantello cade al suolo con morbidezza.
Non si nasconde.
Non si copre.
E’ nuda. Espone il suo corpo dall’interno a tutte le intemperie dell’incontro.
Sa che ne uscirà ferita. Corre il rischio.
Sa che ne uscirà graffiata. Guarda il sangue.
Sa che ne uscirà più luce. Guarda forte.
Sa che ne uscirà più donna. Guarda dentro.
Impavida si espone alla conoscenza e al richiamo.
Conosce le cose girandosi all’improvviso.

di Antonella Petrera

34. La scarpetta nuova

034

La scarpetta è nuova. Corre sulla breccia del cortile. Corre e dietro ci sono i

fuochi. Salta una pozzanghera, e grazie alla mano di papà il salto è un volo.

Corre la scarpa del papà. Corre la scarpa della mamma. Le scarpe nuove ti

fanno sentire nuovo. Portano in posti nuovi. Nei posti nuovi ci si va con gli

zainetti. Ci si va con i piedi. Ci si va con i treni. Ci si va con le barche. Ci si va

con mille e mille altri.

La scarpetta nuova è ferma sulla barca. Sulla barca la scarpetta non

cammina. La barca mica cammina. La barca galleggia.

Galleggia la scarpetta nuova sulla barca. Galleggia la scarpetta nuova sul

mare alto e lontano. Giace la scarpetta nuova su una spiaggia, sola, e fredda

e bagnata. Nuova ma vecchia. Giace l’altra scarpetta sulla barca sgonfia.

Perché ora i piedini sono scalzi sulla spiaggia. Fanno i passi in un paese

nuovo. Avranno scarpe, poi. Ma ora volano un po’ , con la mano di papà, con

la mano di mamma.

di Antonella Petrera

32. Le fantasticatrici

032

Davanti al fuoco, fuori, d’estate, le donne alla notte si raccontano storie. Sono

le storie del sempre. Non sono mai le storie del mai. Sono le storie del

domani e dell’adesso. Sono le fantasie che gocciolano solo di notte, che

vengono bevute e spalmate sugli occhi e sui corpi, rossi di fiamme.

Le storie dicono che loro, tutte, si levano da chi vuol farle volare in un

barattolo. Raccontano di cose viste e sentite da dentro.

Davanti al fuoco ci sono le donne bambine dentro le donne grandi.

Le storie dicono che loro, tutte, hanno una cicatrice da mostrare e una ferita

che abbellisce custodita dentro. Un seme che fiorendo ricama dall’interno, e

percorre dove fa male facendo male, e crea segreti sentieri nella mente, e

nuovi.

Le storie dicono che loro, tutte, ruggiscono, feline del quotidiano, ricamanti

disfacenti di arrivi che già avvengono senza nessuno. Le storie loro le

mettono al mondo, le soffiano agli infanti, le ricompongono in frantumi, le

cantano per danzare, le disperdono nelle frasi, negli specchi, nell’acqua dei

bagni, nei sali delle lacrime, nei venti dei sospiri.

Le storie dicono che loro, tutte, hanno un graffio sulla pelle dell’anima, dove

appendono monili e si profumano di essenze, davanti ai fuochi, nelle oscure

notti dove loro sole, vanno per sapere, per sapere degli speziati sapori

dell’esistere e sono le cicatrici che fantastiche le fanno.

di Antonella Petrera

31. Posso un altro passo

031

I profumi della festa avvolgevano l’aria intorno a noi. Le castagne. Lo zucchero filato. Le nocciole glassate. Era dolce il peso di mio figlio sulle spalle. Tutti eravamo con il naso per aria a guardare la ragazza sulla corda a cinque metri da terra.

La strada non è questo pezzetto di corda che vedo davanti a me. La strada è questo vuoto ai lati. E’ il dialogo con quello che ho a destra e a sinistra. E’ quello che mi dice questa linea che parla dallo spazio di sotto. Mi indica come adattare il respiro e il corpo al passo successivo.

Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento il passo.
Posso.
Sposto il peso.
Spazio.
Passione.
Posso passare.
Poso un altro passo.
Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento…

Possiamo prendere lo zucchero filato?
Penso proprio di sì.
Quel dolce pensiero distolse per un attimo il mio. Diedi una moneta a mio figlio e lui corse al carretto. Indugiai con lo sguardo in alto, sulla ragazza e sulla corda. Lei non è brava a mantenere l’equilibrio. Lei è brava a saperlo perdere.

di Antonella Petrera

29. La caverna e il prato

029

Il pipistrello viveva nella caverna. Lui aveva paura di uscire. Tutta quella luce.

Ne sarebbe rimasto abbagliato. C’erano giorni in cui si avvicinava alla soglia

della caverna per sentire giusto il profumo del prato quando calava la sera.

Ne era inebriato. Ma di uscire di giorno non voleva saperne. Aveva troppa

paura.

La lepre viveva nel prato. Lei aveva paura della caverna. Tutto quel

buio. Ne sarebbe rimasta avvolta. C’erano giorni in cui si avvicinava ai confini

del prato solo per sentire il fresco profumo dei muschi della caverna alla sera.

Ne era inebriata. Ma di entrare non voleva saperne. Aveva troppa paura.

Quella sera gli occhi della lepre spuntavano dal prato e vedevano due puntini

luminosi appesi alla roccia nell’oscurità.

Chi sei? Disse la lepre.

E tu? Disse il pipistrello.

Io sono la lepre.

Io sono il pipistrello.

Vieni.

No. Ho paura. Vieni tu.

No. Ho paura. 

E come si fa?

Si fa insieme. Incontriamoci a metà.

Incontrarsi a metà fa passare la paura.

Così la lepre e il pipistrello si avvicinarono entrambi alla soglia della caverna.

O era il confine del prato?

Da lì ogni giorno percorsero ognuno qualche passo nel posto di cui avevano

paura. La affrontarono insieme. Si videro ogni giorno al calar della sera, e poi

un po’ più presto, finchè il pipistrello potè godersi la luce del tramonto con la

sua amica e la lepre potè godere delle dolci ombre serali con il suo amico.

di Antonella Petrera

27. La luce tenace

027

La storia della luce tenace comincia dentro la lucciola nel bicchiere. Il figlio del cuoco l’aveva catturata a pomeriggio. La lucciola stava per spegnersi, e così la luce tenace, con un volo fulmineo, andò ad aggrapparsi allo stoppino della candela. A quel punto lo scrivano aveva gli occhi stanchi. Chiuse il manoscritto, percorse il corridoio, entrò nella sua cella, e si mise a letto pronto per un intenso riposo. Ffffffffff. La luce tenace guizzò allora dalla finestra, e acciuffò la lanterna del cacciatore. Attraversò il bosco insieme a lui, che una volta arrivato a casa lasciò la lanterna appesa all’uncino sull’uscio. Ffffffff. Prima che la porta chiudesse il suo spiraglio la luce tenace si tuffò nel caminetto, e si unì al fuoco. Il fuoco rimase acceso fino all’alba, e proprio quando l’ultima fiammella stava per spegnersi, la luce tenace udì fischiettare al lampionaio la sua canzone, e fece giusto in tempo a saltare dal camino nella lucerna del lampione, e prima che quello strano cappuccio metallico la spegnesse, cominciò una lenta fuga di lampione in lampione, con il rischio di essere spenta dal lampionaio. Era l’alba, ormai, e la sua corsa si interruppe quando si tuffò nel lampadario del teatro oltre la piazza. “Ciao, Faro!” disse al suo amico prima di spiccare il salto in teatro.  La cantante lirica ci mise tutta la mattina e tutta la sera, tra le prove e la prima. La luce tenace, intanto, aveva deciso di fare un salto importante. Prima che il custode spegnesse il lampadario fuggì via e passò di nuovo di lampione in lampione e procedette sul lungomare. Il suo salto era ambizioso. Lei non era nata per spegnersi. Non le importava di sparire nel tentativo di rimanere accesa per sempre. Doveva tentare. Così, dall’ultimo palo del lungomare spiccò un salto che le costò quasi tutta l’anima, ma si tuffò nel vulcano in riva al mare, per sostare nella luce del magma. Chiese al vulcano di lanciarla in alto fino al cielo, con una esplosione potentissima. In cielo, la luce tenace abita ancora adesso, accesa per sempre. Nella stella più brillante di tutte.

di Antonella Petrera

25. Lo zainetto di Camilla

025

Non è una bella avventura andare e finire nello zainetto di Camilla. Camilla

ha bisogno di riempire lo zainetto con qualcosa che la faccia sentire a casa

quando casa deve essere un altro posto. Si sta stretti, nello zainetto. Dicono

che la barbi abbia perso la testa, nello zainetto. Dicono che dallo zainetto non

si torni più indietro.

Fate come me! Dice la scimmietta. Io divento snodabile e mi adatto allo

spazio e alla situazione. La scimmietta è uno di quei giocattolini che gli premi

un pulsante di legno e diventa molle perché tutti i suoi componenti sono uniti

da un filo. L’hanno presa al mercatino, lei.

Certe volte tutti dobbiamo assumere posizioni scomode per sistemarci

meglio. Forse anche Camilla usa il suo zainetto per snodarsi in una

situazione che cambia.

Chissà che cosa ci aspetta, adesso. Dice l’orso con la zampa in testa alla

bambolina. Io non volevo cambiare! Dice la bambolina a testa in giù con il

braccino arrotolato al robot. Io non sa.pe.re co.sa es.ser.ci do.po. Dice il robot

con la testa al contrario. Passiamo questo momento, amici. Andrà tutto bene,

vedrete. Dice la scimmietta con la testolina sotto le sue zampette.

Passa un po’ di tempo.

Dopo lo zainetto si è scoperto che la casa della nonna di Camilla ha un largo

cesto dove i giocattoli stanno comodi. Si è scoperto che ci sono giochi nuovi

con cui fare amicizia. Si è scoperto che la nonna inventa avventure bellissime

con i giochi di Camilla. E si è anche scoperto che è vero che la barbi ha perso

la testa, ma per il modellino di carabiniere del nonno.

di Antonella Petrera

22. Porto qualcuno

023

Il giardino era coperto da una coltre spessa di neve.

Era presto, e gli unici temerari che avevano osato solcare le linee perfette di tutto quel bianco erano i passeri, che avevano saltellato piccole “v”  dovunque sperassero di trovare una briciola.

La porta del capanno degli attrezzi sbatteva delicatamente, ma aveva cadenzato il silenzio della notte come un metronomo insolente. La mia tazza fumava, e i miei occhiali erano intrappolati in un ammasso di capelli confusi sulla mia testa.

Uscii. Tazza vestaglia pigiama ma stivali. Mi fermai davanti al capanno, e zittii un brivido con un sorso.

Tu sei una porta di legno. Una porta può essere aperta. Venire aperta da qualcuno. O restare chiusa, per sempre o per poco. Può sbattere. Si può attraversare. E se io portassi una persona? No, proprio che gli faccio una porta dentro.

Portare. Creare una porta dentro qualcuno. Lasciarsi creare una porta.

Una porta ci porta altrove. Nel dentro. Nel fuori. In un dentro che non si sapeva. In un fuori nuovo. Mica tranquillo come la mia tazza alla finestra.

Da una porta puoi fare capolino. Se una persona venisse portata, potrebbe vedere posti nuovi in sé. Ma anche fuori, di sé. Se mi porto, posso far entrare qualcuno o qualcosa.

Portare. E’ un verbo che crea.

Sorseggiai il mio caffelatte. Tutto fumo, tra la tazza e il mio respiro. Lasciai aperta la porta del capanno e tornai dentro. In questo altro anno che iniziava decisi che avrei di sicuro portato qualcuno.

di Antonella Petrera

21. Le fate le fate

021

La casa dell’anziana prozia di Alice si trovava proprio accanto alla chiesa, in questa città meravigliosa a Sud, con le case dai tetti a punta.

Con i soldini ricevuti Alice aveva chiesto di potersi allontanare a fare un giro per le botteghe artigianali della via in discesa.
Entrò in uno di questi negozietti attirata da alcuni nanetti in porcellana.  Chiese educatamente: “Le fate le fate?”  La giovane commessa era troppo impegnata con le sue unghie per darle una risposta.

La bottega di fronte esponeva fazzoletti colorati, magneti, ogni tipo di decorazioni natalizie. Alice vi entrò, e con la sua aria sveglia e sbarazzina chiese: “Le fate le fate?” La vecchina sollevò lo sguardo dal suo lavoro all’uncinetto e le sorrise. In uno strano dialetto, gesticolando, le indicò qualcosa sugli scaffali. Alice scelse la statuetta di un folletto di Natale, e la vecchina, inondata dalla luce arancione della stufetta elettrica, le diede il resto e le sorrise.

Il baffuto signore grassoccio della bottega successiva non fu altrettanto gentile. Quando Alice chiese “Le fate le fate?” fu cacciata via dal negozio, e chiamata “ladruncola”. Il suo sorriso si spense. Strani gli effetti della scortesia.

Fu allora che la chiamai con due brevi fischi e le feci un cenno con un dito. Lei colse l’invito curiosa, si avvicinò e mi chiese con uno sguardo dubbioso: “Fate le fate?” Le sorrisi. La condussi nel retrobottega. Le diedi un pezzo di argilla e nel giro di pochi minuti modellammo insieme la figurina di una fata. La misi nel forno per il tempo necessario.  Mentre aspettavamo che si raffreddasse le preparai un tè. Scegliemmo per la fata oro, argento e bianco e ci raccontavamo storie a vicenda mentre i nostri pennelli la carezzavano di colori. “Dici un filo o un gancio?” chiesi. Il trillo di un sms distolse Alice mentre soffiava sopra la statuetta cercando di accelerare l’asciugatura dell’acrilico. Smanettò una risposta, e mi disse che doveva andare. Alla fine Alice mise un filo. “Ecco fatta la fata!” esclamò. “Come la chiamiamo?” “Non so ancora, ma inizierà con la B!


All’uscita del negozio Alice fu travolta dall’abbraccio di un bambino. Intanto artisti di strada con larghe ali di stoffa avevano occupato il claustro di fronte. Il fratellino tirava la mano alla mamma e alla sorella con foga. La donna mi sorrise divertita allontanandosi inerme senza avere nemmeno il tempo di presentarsi. Alice però tornò indietro, e travolse me, con un abbraccio. “Le fate! Le fate!” esclamava il fratellino davanti agli artisti mentre le luci accendevano la via di magia e la fata con la B si allontanava avvolta al calduccio nella morbida presa dei guanti di Alice.

di Antonella Petrera

 

019. La brilla bolla

019

 

Questa è una bolla bella. Dentro ci va un sogno comune. Dice la strega alla sua apprendista. Questa è una magia facile.

-Insegnamene una più difficile. –

Quest’altra è una bolla balla. Vedi? Finisce subito. Dimmi tu, quale sogno va qui dentro?

-Uhm… un sogno che non vale gran che. –

Brava. Vai alla pagina della bolla folle.

La ragazzina sfoglia tre enormi pagine di pergamena e trova quello che l’insegnante le ha chiesto.

Lì ci vanno i sogni impossibili. Esercitati da sola. Io torno subito.

Qualcosa di strano succede mentre la ragazzina si esercita. La bolla folle appena formatasi viene circondata da potenti scintille liquide e lucenti, fino ad essere avvolta da una sfera di acqua dorata abbagliante, grande quanto un cocomero. Tutta la stanza è inondata di una luce potentissima. La ragazzina si copre la bocca con le mani. Pensa di aver combinato un bel pasticcio.

Cosa è successo? Esclama la strega tornando a tutta velocità.

La strega spalanca gli occhi incredula, ma allo stesso tempo li stringe abbagliata. Io non conosco questa magia. Cosa hai pensato mentre stavi facendo l’incantesimo?

La ragazzina fissa lo sguardo a terra, senza rispondere.

Dimmi, cara, cosa hai pensato? Le dice la strega abbassandosi verso di lei e sollevandole il mento.

Ho creduto che non esistono sogni impossibili.

Hai creduto?

Sì.

Hai inventato una bolla nuova. Le dice carezzandole il cappello a punta e rimirando l’incantesimo.

Moltissima gente crede solo a ciò che vede.

Tu no. Brava, piccola.

-Perché c’è tutta questa luce? –

Perché hai inventato una bolla molto potente.

La luce è una condizione dell’essere. E tu rifulgi di una luce speciale dentro di te. Ed è qui che c’è la differenza con tutte le altre streghe. Con tutte le altre bolle. Tu diventerai una grande maga.

La streghetta sorride.

Come la chiameremo?

-La chiameremo brilla bolla. –

di Antonella Petrera

016. Il pigiama grigio e il pigiama blu

016

Conducevano le loro normali vite da pigiama. Arruffati al mattino, lavati alla domenica, piegati al martedì e poi cassetto. Sapete come succede col bucato: darsi una ripulita  sballotta e confonde. Non parliamo della strizzata in lavatrice.

Un giorno i due pigiami vennero separati. La casacca blu non era più con i  pantaloni blu. I pantaloni grigi non erano più con la casacca grigia. Passarono giorni. Il cassetto non era più un ambiente confortevole per nessuno. I pantaloni grigi stesi alle corde sbattevano alla tramontana arrabbiati.  La casacca grigia si allungava tristemente pizzicata dalle mollette. La casacca blu fu perfino dimenticata sotto un acquazzone , e i pantaloni blu asciutti nel cesto non guardavano più sulle corde per vedere chi c’era.

Passarono giorni. Cominciò a sentirsi un nuovo profumo di bucato.

Una mattina, per caso, la casacca blu si ritrovò stesa vicino ai pantaloni grigi, e poi si ritrovarono ad essere indossati entrambi lo stesso giorno. Anche la casacca grigia e i pantaloni blu cominciarono ad essere indossati insieme. Tutti e quattro furono sorpresi di come la cosa sembrasse naturale. Dopo le lavatrici e le strizzate, dopo i tanti bucati, quella situazione era  diventata diversa e giusta. Le cose blu si sentivano felici con quelle grigie. E quelle grigie si sentivano felici con quelle blu. Quel giorno del cambio di stagione si ritrovarono tutti appesi alla stessa corda a svolazzare al vento fresco della primavera, e nulla faceva male.

di Antonella Petrera

015. La matita verde

015

In queste giornate no ti capita proprio di tutto.

E come può una giornata trasformarsi di colpo in una giornata no?

Se una giornata nasce deve rimanere che so… almeno fino alle sei del pomeriggio.

Ecco… si è spezzata di nuovo la mina.

Una volta che la ragazzina dai capelli ricci mi rivolge la parola… che mi chiede il verde chiaro, io non solo ho proprio il verde chiaro spuntato, ma anche un temperamatite che fa cilecca!

La prossima volta al cartolaio non gli dico nemmeno “buonasera”, e gli faccio tutte le pedate sul pavimento, e gli sgocciolo l’ombrello in tutto il negozio!

Non ci credo! Quante volte è umanamente possibile spezzare una mina dentro un temperamatite?

E l’Ignazio che continua a fare lo svenevole con la MIA ragazzina dai capelli ricci.

E che cosa ci faccio adesso, con questo mozzicone di matita verde lungo un centimetro? Maledizione!

Io volevo gli occhi verde chiaro.

E ormai lei avrà preso il verde chiaro dell’Ignazio.

Era una giornata no, questa. Altro che . E lo resterà di sicuro fino alle sei. Uffa!

ORE SEI.

La collanina che mi hai regalato è bellissima.

Sono contento che ti piaccia. Almeno alla fine il verde chiaro te l’ho dato!

Come hai fatto a procurarti una matita così piccola?

E’ che ci vuole un certo impegno nel temperarle.

Sulla collanina ci sta benissimo, hai avuto un’idea magnifica.

Cosa fai dopo il laboratorio di inglese, oggi? Ti piacciono le crèpes?

Moltissimo! Le fate, qui, al gusto di frigotto?

Frigotto? E che razza di gusto è?

Neanche l’Ignazio lo sapeva. Perché non lo sa nessuno?

Ah, frigotto, hai detto? Ma certo che lo so! Dove andremo noi fanno i frigotti più buoni del paese!

La prossima collanina me la fai con il marrone? E’ il mio colore preferito.

(IO, ho gli occhi marroni!!) Certo! E’ proprio il prossimo pastello che sta finendo.

di Antonella Petrera

013. Il funghetto riccio

013

C’era una volta un funghetto che si aggirava per il bosco rovistando tra i cespugli.
Cercava sotto le foglie, dentro gli alberi cavi, lungo i bordi dei sentieri. Non si dava pace.

Il Ciliegio gli chiese:

– Fungo, ma che cosa vai cercando, da giorni e giorni? – 
Sto cercando il mio cappello
. Sbuffava stufo.

Non vedi che sono senza cappello e sembro una patata? Tutti mi prendono in giro. L’altro giorno il vento, con un dispetto, me lo ha fatto volare via, e da allora non sono più riuscito a trovarlo.

– Dovresti provare a mettere qualcos’altro in testa, se no ti raffredderai. Io sono stecchito perché è autunno, altrimenti ti darei le mie foglie o le mie ciliegie.

Etciù!! rispose il fungo.

Hai proprio ragione. Sei molto gentile e ti ringrazio, proverò a seguire il tuo consiglio.

Il funghetto, così, provò a cercare qualcosa da mettere in testa, ma non gli veniva in mente nulla, finché non incontrò l’Ippocastano, un albero alto e ombroso, del tutto simile ad un castagno. Sbuffava.

Anche tu, sbuffi? chiese il fungo all’albero. Perché?
– Mi cadono i frutti a terra e mai nessuno li raccoglie. Gli animali del bosco non li mangiano. Io non servo a niente. –

Aspetta, mi è venuta un’idea.

Così il fungo cominciò a tuffarsi di qua e di là tra le foglie secche ai piedi dell’albero. Erano molto buffi i suoi tuffi.

– Ma che stai facendo? – disse l’Ippocastano divertito.
Quasi quasi mi fai ridere!

Avevo perso il mio cappello, e anche io ero triste come te. Rispose il fungo da in mezzo alle foglie.

Ma ora ho trovato una soluzione.

Venne fuori dalle foglie con in testa una massa di ricci appuntiti, che erano i gusci caduti dall’Ippocastano.

Non sei affatto inutile, hai visto? Mi hai donato una nuova capigliatura! Come sto?

– Devo dire che stai proprio bene. –

Ora non sembro più una patata, e sono diventato un fungo speciale. Grazie per tuo aiuto. Disse il funghetto spinoso e riccioluto.

– Figurati, vieni a prendere i miei gusci quando vuoi. –

Ora nessuno mi prenderà più in giro! Sarò il primo funghetto riccio del bosco!

Il fungo salutò l’Ippocastano, e tornò spesso a fargli visita. Gli piaceva cambiare pettinatura almeno due volte l’anno.

di Antonella Petrera

007. Il falco e il passero

007

Ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Dice il falco al passero.
Siamo proprio una bella squadra, noi due.
La smetteranno, prima o poi di fare tutti quegli strani rumori…
Sì, sì, di solito la smettono, dopo un po’.

L’albero cavo è pieno di telefoni in mezzo alle foglie secche. Qualcuno di essi trilla ancora, e altri agonizzano con le batterie quasi scariche.

Io dico che quei due che abbiamo fatto incontrare il mese scorso si sposano entro l’estate.
Hanno di nuovo gli occhi, adesso.

Ehi, hai visto la gazza? È verde d’invidia! Sghignazza il falco.
Caspita, guarda! C’è quello col cappello di lana! Vai, svelto!
Questa volta non mi sfugge.

Il falco, con un gesto fulmineo, si getta in picchiata, e con gli artigli acciuffa il telefono del tipo col cappello di lana, e poi vola via. Senza che lui possa dire né “ahi” né “bai” il passero gli è sulla spalla. Cinguetta e si fa seguire con lo sguardo.

Davanti al tipo col cappello di lana, come per magia, compare il carosello con la sua romantica musica da organetto, il venditore di zucchero filato, il bambino con le bolle di sapone, gli anziani che si canzonano giocando a scopa, il signore che pesca fischiando dal ponticello, gli studenti che sottolineano i loro libri mangiando gommose di zucchero, i bambini che fanno i compiti sul prato, e la ragazza più bella che lui abbia mai visto appare di fronte a lui e gli dice: “Ti faccio un fiore di palloncini?”.

di Antonella Petrera

006. L’avventura di Rachi

006

Rachi era un pollo. Zampettava maldestro da quando era uscito dall’uovo.

Ci vedeva poco, Rachi.

Quando gli altri polli trotterellavano veloci verso la mangiatoia e le bucce, lui arrivava sempre troppo tardi.
Sei tutto sbilenco!
E sei anche orbo.” Dicevano.
Ti faranno arrosto come tuo zio”.

Suo zio aveva deciso per conto proprio di farsi fare arrosto, tempo prima, perché aveva il suo stesso problema. Rachi, però, aveva Nardina.
Nardina ogni giorno gli portava le bucce più golose.
Gli parlava dolcemente.

Cacciava via i polli cattivi che volevano rubargli il cibo. Si accertava che bevesse, lo carezzava.
A Rachi Nardina piaceva. Lei la vita la vedeva. Proprio come lui.

Il giorno che Nardina partì per un lungo viaggio, decise di partire anche lui.
Gli dolevano le zampe. E allora?
Ci vedeva quasi niente. E allora?

La faccenda del pollo arrosto proprio non faceva per lui.
Sarebbe stata la sua avventura.
Gli altri polli lo canzonarono come al solito.
C’era anche qualcuno che voleva impedirgli di partire per proteggerlo, ma Rachi la vita la vedeva. E la sceglieva. Sempre.

Quando Nardina tornò dal suo viaggio Rachi non c’era più.
Non importa come. Rachi visse la sua avventura.
Nardina per questo non fu triste mai.

di Antonella Petrera

003. Il frigotto e il boccaccio

003­

– Se ne scappano via veloci. – ­
Mi voltai. Sine, ci vuole questa a dirmi che i girini se ne scappano.
– Devi tendergli un agguato con il retino, se no se ne accorgono. Sei proprio scarso. –
­

Teneva due lucertole morte attaccate per il collo ad una cordicella. Aveva entrambe le ginocchia sbucciate e diverse pagliuzze attaccate ai calzini che sbucavano da un paio di scarpe da ginnastica lercie.

“Allora fai tu.” Dissi con aria di sfida porgendole il retino.

­- See, roba da principianti. -­ e così dicendo diede una botta beffarda al retino, posò le lucertole sull’erba e si inginocchiò sul bordo dell’argine, noncurante delle sue numerose sbucciature. Guardava l’acqua assorta in una solenne concentrazione. Poi con un movimento fulmineo tuffò la mano nell’acqua e ne estrasse un pugno chiuso e gocciolante.

­- Dove ce l’hai il boccaccio?

Il boccaccio? Ma come parla questa?

­– Non te lo sei manco portato! Da qui si vede quanti girini eri convinto di catturare… Rivolta la busta dei pop corn che ho in tasca e riempila d’acqua. ­- La guardai stupito.
– Muoviti, se no mo’ soffoca! –
 ­

Ritornai in me, rovistai nella sua tasca e sentii distintamente al tatto il fruscio di una busta di plastica. La rivoltai, come aveva detto, la scossi, e la riempii con l’acqua del fiume.

­- Attento che cadi!

I girini nuotavano allegri andando morbidamente a sbattere contro la busta trasparente. Ne prendemmo altri sette. Uhm… lei, ne prese altri sette.

­– Non ti preoccupare, imparerai. ­- mi disse il suo allegro musetto sdentato.

­– …ma che razza di gusto è il frigotto? ­- aggiunse. – Lo chiamate così perché il frigo dove lo tenete è piccolo? Ah ah ah!!

Eravamo stesi entrambi sull’argine, con il gelato in mano, che ci colava fino alle orecchie, e scarpe e calze completamente zuppe di fiume. Il sole che passava attraverso l’acqua nella busta proiettava le ombre dei girini piroettanti sui nostri visi e anche arcobaleni piccoli.

Sì, ma dobbiamo liberarli, se no mo’ muoiono.

Diventammo inseparabili, io e lei.

Però ancora non ho capito cos’è un boccaccio.

di Antonella Petrera