31. Posso un altro passo

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I profumi della festa avvolgevano l’aria intorno a noi. Le castagne. Lo zucchero filato. Le nocciole glassate. Era dolce il peso di mio figlio sulle spalle. Tutti eravamo con il naso per aria a guardare la ragazza sulla corda a cinque metri da terra.

La strada non è questo pezzetto di corda che vedo davanti a me. La strada è questo vuoto ai lati. E’ il dialogo con quello che ho a destra e a sinistra. E’ quello che mi dice questa linea che parla dallo spazio di sotto. Mi indica come adattare il respiro e il corpo al passo successivo.

Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento il passo.
Posso.
Sposto il peso.
Spazio.
Passione.
Posso passare.
Poso un altro passo.
Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento…

Possiamo prendere lo zucchero filato?
Penso proprio di sì.
Quel dolce pensiero distolse per un attimo il mio. Diedi una moneta a mio figlio e lui corse al carretto. Indugiai con lo sguardo in alto, sulla ragazza e sulla corda. Lei non è brava a mantenere l’equilibrio. Lei è brava a saperlo perdere.

di Antonella Petrera

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30. Non salutiamoci

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C’era molto vento. Questo lo ricordo bene.
Ed era strano, perché non ce n’era mai stato durante il giorno. Sembrava avesse atteso
proprio adesso. Quasi sotteso, ma intenso, forte.
Alcune folate erano insistenti e sembravano voler entrare di forza attraverso i finestrini dell’auto.
Il vento non si curava delle profondità dei pensieri e dei respiri nelle gole delle gole.

Si guardavano da vicino, quasi a volersi entrare negli occhi; e solo quando si distanziavano un po’ lui poteva notare il leggero strabismo di Venere che la rendeva ancora più bella. Tra sé e sé lui pensava davvero avesse qualcosa di divino dentro, ma non lo diceva.
Le lancette del cuore correvano troppo veloci, così tanto che non c’era abbraccio lungo, profondo, né calmo abbastanza da poterle rallentare in qualche modo.

Avevano paura, una paura infinita. Sarà per questo che parlavano pochissimo.
Lasciavano parlare il vento, al posto loro, che sapeva dove andare a sbattere con le parole, nel tentativo di farsi sentire.
Avevano paura di perdersi, appena dopo essersi trovati.
Avevano paura di mancarsi tanto, troppo per poter resistere.
Eppure quattro mesi non sono tanti… in confronto all’eternità. Ma sembrano infiniti, nella distanza dei luoghi e nei vuoti degli spazi che li avrebbero divisi.
Avevano paura di salutarsi. Perché di solito, quando ci si saluta, ci si lascia un po’.
Di solito, quando ci si saluta, ci si manca più di prima.

E lei disse: Non salutiamoci. Così non ci lasceremo mai.

In quel momento il vento urlò più forte, e poi rimase in silenzio.
In effetti, lo sapevano, erano già l’uno dentro l’altra. Ci sarebbero stati comunque.
Non era necessario salutarsi.
E non si lasciarono mai.
Solo il vento, e tutte le cose che volevano farsi sentire per forza, continuarono a sbattere fuori dai finestrini.

di Donato Simone Frigotto