29. La caverna e il prato

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Il pipistrello viveva nella caverna. Lui aveva paura di uscire. Tutta quella luce.

Ne sarebbe rimasto abbagliato. C’erano giorni in cui si avvicinava alla soglia

della caverna per sentire giusto il profumo del prato quando calava la sera.

Ne era inebriato. Ma di uscire di giorno non voleva saperne. Aveva troppa

paura.

La lepre viveva nel prato. Lei aveva paura della caverna. Tutto quel

buio. Ne sarebbe rimasta avvolta. C’erano giorni in cui si avvicinava ai confini

del prato solo per sentire il fresco profumo dei muschi della caverna alla sera.

Ne era inebriata. Ma di entrare non voleva saperne. Aveva troppa paura.

Quella sera gli occhi della lepre spuntavano dal prato e vedevano due puntini

luminosi appesi alla roccia nell’oscurità.

Chi sei? Disse la lepre.

E tu? Disse il pipistrello.

Io sono la lepre.

Io sono il pipistrello.

Vieni.

No. Ho paura. Vieni tu.

No. Ho paura. 

E come si fa?

Si fa insieme. Incontriamoci a metà.

Incontrarsi a metà fa passare la paura.

Così la lepre e il pipistrello si avvicinarono entrambi alla soglia della caverna.

O era il confine del prato?

Da lì ogni giorno percorsero ognuno qualche passo nel posto di cui avevano

paura. La affrontarono insieme. Si videro ogni giorno al calar della sera, e poi

un po’ più presto, finchè il pipistrello potè godersi la luce del tramonto con la

sua amica e la lepre potè godere delle dolci ombre serali con il suo amico.

di Antonella Petrera

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28. Faro e la nebbia

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Non è tanto per il freddo. L’inverno arriva, si sa.

Non è nemmeno tanto per l’umidità. A quella si è abituato ormai.

Si tratta più di tutto della nebbia.

Non l’ha mai capita.

Non è acqua, ma nemmeno neve, o qualcos’altro di più solido.

Scende e sale, ma sembra non arrivare né dal cielo e né dalla terra.

Così mi ha raccontato l’ultima volta che ci siamo parlati.

La nebbia – dice – rende strane le cose, le cambia, in qualche modo: l’erba, il fiume, la strada, cambiano forma e profondità. Ogni tanto bisogna un po’ pulirsi gli occhi, quasi stropicciarli come di fronte ad un sogno, per togliere quella patina che altrimenti offusca di più.

La nebbia rende più lente le persone, le rinchiude in casa più spesso.

Le preoccupa, come se non potendo vedere bene cosa c’è più in là, temessero di incontrare cattivi presagi, e ancora di più, brutti avvenimenti.

O forse è solo paura dell’incerto, di quello che non si sa. Che poi – dice Faro – non è tanto diverso da quello che c’è quando la nebbia non c’è.

Ma sembra diverso davvero. Cioè, quello che c’è, ci sta sempre.
Quello che non c’è, non c’è. E quello che è incerto, incerto lo rimane.

Con o senza nebbia.

Anche la sua luce è sempre la stessa.

Ma quando lo osservo nelle sere di nebbia, la sua espressione cambia.
Sembra quasi che si impegni di più, come uno sguardo concentrato che socchiude le palpebre, per scrutare di più.
Lui lo sa. Lo ha imparato. Come le altre cose che mi ha raccontato.

Che è proprio quando si vede di meno, che bisogna brillare di più.

di Donato Simone Frigotto