27. La luce tenace

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La storia della luce tenace comincia dentro la lucciola nel bicchiere. Il figlio del cuoco l’aveva catturata a pomeriggio. La lucciola stava per spegnersi, e così la luce tenace, con un volo fulmineo, andò ad aggrapparsi allo stoppino della candela. A quel punto lo scrivano aveva gli occhi stanchi. Chiuse il manoscritto, percorse il corridoio, entrò nella sua cella, e si mise a letto pronto per un intenso riposo. Ffffffffff. La luce tenace guizzò allora dalla finestra, e acciuffò la lanterna del cacciatore. Attraversò il bosco insieme a lui, che una volta arrivato a casa lasciò la lanterna appesa all’uncino sull’uscio. Ffffffff. Prima che la porta chiudesse il suo spiraglio la luce tenace si tuffò nel caminetto, e si unì al fuoco. Il fuoco rimase acceso fino all’alba, e proprio quando l’ultima fiammella stava per spegnersi, la luce tenace udì fischiettare al lampionaio la sua canzone, e fece giusto in tempo a saltare dal camino nella lucerna del lampione, e prima che quello strano cappuccio metallico la spegnesse, cominciò una lenta fuga di lampione in lampione, con il rischio di essere spenta dal lampionaio. Era l’alba, ormai, e la sua corsa si interruppe quando si tuffò nel lampadario del teatro oltre la piazza. “Ciao, Faro!” disse al suo amico prima di spiccare il salto in teatro.  La cantante lirica ci mise tutta la mattina e tutta la sera, tra le prove e la prima. La luce tenace, intanto, aveva deciso di fare un salto importante. Prima che il custode spegnesse il lampadario fuggì via e passò di nuovo di lampione in lampione e procedette sul lungomare. Il suo salto era ambizioso. Lei non era nata per spegnersi. Non le importava di sparire nel tentativo di rimanere accesa per sempre. Doveva tentare. Così, dall’ultimo palo del lungomare spiccò un salto che le costò quasi tutta l’anima, ma si tuffò nel vulcano in riva al mare, per sostare nella luce del magma. Chiese al vulcano di lanciarla in alto fino al cielo, con una esplosione potentissima. In cielo, la luce tenace abita ancora adesso, accesa per sempre. Nella stella più brillante di tutte.

di Antonella Petrera

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26. La coperta di lana

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Ritorno – e non so come – a quel periodo, in cui una cosa grande mi copriva

tutto quanto, dai piedi alla testa. La chiamavo “…péta”.

Ricordo, quando ho iniziato a capire che era una coperta, forse di lana, che sul

divano era sempre lì pronta per chi ne aveva bisogno.

Rivoglio, la sensazione di potenza e di mistero, che mi faceva diventare più

forte e condottiero, quando la coperta era il mio mantello di supereroe.

Risento, come fosse ora, la differenza di temperatura: la mano calda di papà

che mi accarezza e gratta la schiena, passando sotto il pigiama, mentre la

coperta stava sulle sue ginocchia. E in sottofondo la tv che manda come lampi

la pubblicità.

Riposo, la coperta dentro i cassetti perché arriva la primavera. E poi l’estate.

Riapro, quella parte dell’armadio quando arriva l’autunno.

Riguardo, il suo blu che qualcuno mi insegnava a chiamare indaco, mentre

aspetta che sia di nuovo il suo turno, per riprendere il suo posto, e lei piegata in tre

parti e pronta, a cavallo del bracciolo del divano. Sempre con un po’ di

riguardo, sempre con lo stesso sguardo.

Rivivo, il momento in cui la coperta mi copre solo metà corpo, perché ormai

sono grande e non sembra più così importante. Anche se fa da cuscino, anche

se fa schienale.

Riprendo, la coperta alla fine, e ripasso con le dita le sue estremità consumate;

rimando ancora, fino a chissà quando, il momento di buttarla.

Ricopro, ormai poco di me con la coperta, e riscopro quel poco di calore che

riporto sereno quando riparto per ritrovarmi in un altro posto.

Ritiro la coperta da una parte all’altra, ma in qualsiasi modo c’è una parte che

rimane scoperta, perché ho imparato che nella vita la coperta sembra sempre

troppo corta.

Ripeto a me stesso e rileggo questa storia dall’inizio, perché ripenso spesso al

fatto che ogni giorno incontriamo qualcuno che è la coperta per qualcun altro.

di Donato Simone Frigotto