22. Porto qualcuno

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Il giardino era coperto da una coltre spessa di neve.

Era presto, e gli unici temerari che avevano osato solcare le linee perfette di tutto quel bianco erano i passeri, che avevano saltellato piccole “v”  dovunque sperassero di trovare una briciola.

La porta del capanno degli attrezzi sbatteva delicatamente, ma aveva cadenzato il silenzio della notte come un metronomo insolente. La mia tazza fumava, e i miei occhiali erano intrappolati in un ammasso di capelli confusi sulla mia testa.

Uscii. Tazza vestaglia pigiama ma stivali. Mi fermai davanti al capanno, e zittii un brivido con un sorso.

Tu sei una porta di legno. Una porta può essere aperta. Venire aperta da qualcuno. O restare chiusa, per sempre o per poco. Può sbattere. Si può attraversare. E se io portassi una persona? No, proprio che gli faccio una porta dentro.

Portare. Creare una porta dentro qualcuno. Lasciarsi creare una porta.

Una porta ci porta altrove. Nel dentro. Nel fuori. In un dentro che non si sapeva. In un fuori nuovo. Mica tranquillo come la mia tazza alla finestra.

Da una porta puoi fare capolino. Se una persona venisse portata, potrebbe vedere posti nuovi in sé. Ma anche fuori, di sé. Se mi porto, posso far entrare qualcuno o qualcosa.

Portare. E’ un verbo che crea.

Sorseggiai il mio caffelatte. Tutto fumo, tra la tazza e il mio respiro. Lasciai aperta la porta del capanno e tornai dentro. In questo altro anno che iniziava decisi che avrei di sicuro portato qualcuno.

di Antonella Petrera

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