22. Porto qualcuno

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Il giardino era coperto da una coltre spessa di neve.

Era presto, e gli unici temerari che avevano osato solcare le linee perfette di tutto quel bianco erano i passeri, che avevano saltellato piccole “v”  dovunque sperassero di trovare una briciola.

La porta del capanno degli attrezzi sbatteva delicatamente, ma aveva cadenzato il silenzio della notte come un metronomo insolente. La mia tazza fumava, e i miei occhiali erano intrappolati in un ammasso di capelli confusi sulla mia testa.

Uscii. Tazza vestaglia pigiama ma stivali. Mi fermai davanti al capanno, e zittii un brivido con un sorso.

Tu sei una porta di legno. Una porta può essere aperta. Venire aperta da qualcuno. O restare chiusa, per sempre o per poco. Può sbattere. Si può attraversare. E se io portassi una persona? No, proprio che gli faccio una porta dentro.

Portare. Creare una porta dentro qualcuno. Lasciarsi creare una porta.

Una porta ci porta altrove. Nel dentro. Nel fuori. In un dentro che non si sapeva. In un fuori nuovo. Mica tranquillo come la mia tazza alla finestra.

Da una porta puoi fare capolino. Se una persona venisse portata, potrebbe vedere posti nuovi in sé. Ma anche fuori, di sé. Se mi porto, posso far entrare qualcuno o qualcosa.

Portare. E’ un verbo che crea.

Sorseggiai il mio caffelatte. Tutto fumo, tra la tazza e il mio respiro. Lasciai aperta la porta del capanno e tornai dentro. In questo altro anno che iniziava decisi che avrei di sicuro portato qualcuno.

di Antonella Petrera

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21. Le fate le fate

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La casa dell’anziana prozia di Alice si trovava proprio accanto alla chiesa, in questa città meravigliosa a Sud, con le case dai tetti a punta.

Con i soldini ricevuti Alice aveva chiesto di potersi allontanare a fare un giro per le botteghe artigianali della via in discesa.
Entrò in uno di questi negozietti attirata da alcuni nanetti in porcellana.  Chiese educatamente: “Le fate le fate?”  La giovane commessa era troppo impegnata con le sue unghie per darle una risposta.

La bottega di fronte esponeva fazzoletti colorati, magneti, ogni tipo di decorazioni natalizie. Alice vi entrò, e con la sua aria sveglia e sbarazzina chiese: “Le fate le fate?” La vecchina sollevò lo sguardo dal suo lavoro all’uncinetto e le sorrise. In uno strano dialetto, gesticolando, le indicò qualcosa sugli scaffali. Alice scelse la statuetta di un folletto di Natale, e la vecchina, inondata dalla luce arancione della stufetta elettrica, le diede il resto e le sorrise.

Il baffuto signore grassoccio della bottega successiva non fu altrettanto gentile. Quando Alice chiese “Le fate le fate?” fu cacciata via dal negozio, e chiamata “ladruncola”. Il suo sorriso si spense. Strani gli effetti della scortesia.

Fu allora che la chiamai con due brevi fischi e le feci un cenno con un dito. Lei colse l’invito curiosa, si avvicinò e mi chiese con uno sguardo dubbioso: “Fate le fate?” Le sorrisi. La condussi nel retrobottega. Le diedi un pezzo di argilla e nel giro di pochi minuti modellammo insieme la figurina di una fata. La misi nel forno per il tempo necessario.  Mentre aspettavamo che si raffreddasse le preparai un tè. Scegliemmo per la fata oro, argento e bianco e ci raccontavamo storie a vicenda mentre i nostri pennelli la carezzavano di colori. “Dici un filo o un gancio?” chiesi. Il trillo di un sms distolse Alice mentre soffiava sopra la statuetta cercando di accelerare l’asciugatura dell’acrilico. Smanettò una risposta, e mi disse che doveva andare. Alla fine Alice mise un filo. “Ecco fatta la fata!” esclamò. “Come la chiamiamo?” “Non so ancora, ma inizierà con la B!


All’uscita del negozio Alice fu travolta dall’abbraccio di un bambino. Intanto artisti di strada con larghe ali di stoffa avevano occupato il claustro di fronte. Il fratellino tirava la mano alla mamma e alla sorella con foga. La donna mi sorrise divertita allontanandosi inerme senza avere nemmeno il tempo di presentarsi. Alice però tornò indietro, e travolse me, con un abbraccio. “Le fate! Le fate!” esclamava il fratellino davanti agli artisti mentre le luci accendevano la via di magia e la fata con la B si allontanava avvolta al calduccio nella morbida presa dei guanti di Alice.

di Antonella Petrera

 

20. Sapete di un abete?

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Spesso mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa davvero un abete?”

Un abete, sì, quello simile al pino,

ma di quelli alti su fino al camino.

All’aperto respira aria celeste

mentre abita piano in boschi e foreste.

Offre la casa ad insetti e bestiole

mentre punta lo sguardo alla luce del sole.

E poco gli importa se verrà tagliato

perché è nel destino del suo essere nato.

 

Ripenso e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa, nel tempo, un abete?”

C’è qualcosa che fa, e che lo rende speciale

per cui cresce più forte man mano che sale.

Qualcosa che rende le persone felici,

i grandi i piccini, i parenti e gli amici.

Dei cuori diventa custode importante,

per far sì che la gente sia tutta festante.

La osserva in silenzio, come un amico educato,

la osserva dal posto in cui lo hanno piantato.

In piazza, in salotto, in fianco al camino,

ti fa venir voglia di andarci vicino

a guardare le luci, a toccare i colori

a sperare davvero nei giorni migliori.

 

Anche io lo osservo e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa alla fine un abete?”

Il vivere in pace con la natura,

conoscendo già la sua meta futura.

Questo lo rende davvero speciale.

Attende la festa, la crea, la rende vitale.

Sapete l’abete che fa? Diventa Natale.

di Donato  Simone Frigotto

019. La brilla bolla

019

 

Questa è una bolla bella. Dentro ci va un sogno comune. Dice la strega alla sua apprendista. Questa è una magia facile.

-Insegnamene una più difficile. –

Quest’altra è una bolla balla. Vedi? Finisce subito. Dimmi tu, quale sogno va qui dentro?

-Uhm… un sogno che non vale gran che. –

Brava. Vai alla pagina della bolla folle.

La ragazzina sfoglia tre enormi pagine di pergamena e trova quello che l’insegnante le ha chiesto.

Lì ci vanno i sogni impossibili. Esercitati da sola. Io torno subito.

Qualcosa di strano succede mentre la ragazzina si esercita. La bolla folle appena formatasi viene circondata da potenti scintille liquide e lucenti, fino ad essere avvolta da una sfera di acqua dorata abbagliante, grande quanto un cocomero. Tutta la stanza è inondata di una luce potentissima. La ragazzina si copre la bocca con le mani. Pensa di aver combinato un bel pasticcio.

Cosa è successo? Esclama la strega tornando a tutta velocità.

La strega spalanca gli occhi incredula, ma allo stesso tempo li stringe abbagliata. Io non conosco questa magia. Cosa hai pensato mentre stavi facendo l’incantesimo?

La ragazzina fissa lo sguardo a terra, senza rispondere.

Dimmi, cara, cosa hai pensato? Le dice la strega abbassandosi verso di lei e sollevandole il mento.

Ho creduto che non esistono sogni impossibili.

Hai creduto?

Sì.

Hai inventato una bolla nuova. Le dice carezzandole il cappello a punta e rimirando l’incantesimo.

Moltissima gente crede solo a ciò che vede.

Tu no. Brava, piccola.

-Perché c’è tutta questa luce? –

Perché hai inventato una bolla molto potente.

La luce è una condizione dell’essere. E tu rifulgi di una luce speciale dentro di te. Ed è qui che c’è la differenza con tutte le altre streghe. Con tutte le altre bolle. Tu diventerai una grande maga.

La streghetta sorride.

Come la chiameremo?

-La chiameremo brilla bolla. –

di Antonella Petrera