018. Faro e un filo

018

Stamane esco a camminare vicino casa, su quell’argine che costeggia il piccolo fiume, accompagnato dai lampioni.

Incontro nuovamente il mio amico Faro, che come sempre fa il suo dovere, anche in queste autunnali giornate di pioggia.

Mi fermo a salutarlo, e lui ne è davvero contento, perché vuole parlarmi di una cosa.

Sai – mi dice – nei giorni scorsi alcuni uomini che indossavano delle giacche fluorescenti sono passati di qui e hanno tagliato l’erba su quasi tutti gli argini del fiume.

Io subito ero molto triste – continua lui – perché ho pensato a cosa succederebbe a me, se mi tagliassero con una macchina rumorosa lasciando solo un pezzetto di me, appena appena vicino al terreno, come hanno fatto con tutti quei fili d’erba.

Così ho pianto – mi dice – perché pensavo che i fili d’erba fossero morti. Ho pianto prendendo in prestito le gocce d’acqua che sono cadute in questi giorni, e le ho versate fino a terra.

Ho pianto, ma poi ho sentito un piccolo filo d’erba che cantava felice.

Non capivo perché.

Il filo d’erba mi ha spiegato che era contento che gli uomini fluorescenti lo avessero tagliato. Continuavo a non capire bene, ma lo ascoltavo. Mi ha detto che solo così poteva continuare a crescere. E infatti ho visto poi che le formiche ci passavano, e le farfalle ci volavano, e i bruchi ci camminavano.

Mi ha detto che tutti i fili d’erba, se crescono troppo alti, senza cambiare, prima o poi muoiono soffocati.

Così non solo ho smesso di piangere – continua Faro – ma ho iniziato ad essere felice, e respirare questa aria piovosa e umida, che fa bene alla terra, alle piante, e ai fili d’erba.

E mentre mi dice questo Faro sorride. E’ contento di avermi raccontato quella storia. E’ contento di aver imparato qualcosa di nuovo.

Ed io ora me ne torno a casa, da una passeggiata che mi ha fatto guardare ai fili d’erba in un modo che non sarà mai più lo stesso di prima.

di Donato Simone Frigotto

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017. Il signor Dimentichino

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Conoscevo un signore.

Era nato qui, in paese. Camminava qua e là, vagando senza meta. Aveva lo sguardo perso. Non ricordava il suo nome. Glielo chiedevano, come si chiamasse, e lui si sforzava di ricordare, ma alla fine diceva sempre:–Non mi ricordo.–

Sembrava sbadato, un po’ strambo, qualcuno lo riteneva sciocco. In realtà non si ricordava niente. Nemmeno cosa aveva fatto due giorni, un giorno o un’ora prima. Anche nelle giornate in cui pareva un po’ più lucido si dimenticava le chiavi, il cellulare, gli occhiali, oppure non si ricordava dove aveva parcheggiato l’auto, e doveva cercarla per ore.

In paese tutti lo conoscevano e lo aiutavano a ritrovare la strada di casa, le chiavi, la macchina, il cellulare…
Per comodità, e con affetto sincero, gli abitanti del paese lo avevano soprannominato “Sig. Dimentichino”. E tutti i giorni gli abitanti del paese ricordavano a Dimentichino che doveva pur ricordarsi qualcosa, e che si doveva sforzare di ricordarsi almeno le cose più importanti. Ma lui rispondeva:–Non mi ricordo.–

Un giorno, io ricordo bene che passò dalla piazza del paese un dottore che arrivava da lontano. Aveva l’aria serena e l’occhio molto sveglio. Osservava incuriosito tutte le persone che incontrava, perché gli piaceva capire cosa pensavano, cosa dicevano, e come si sentivano.

Il suo sguardo venne attirato inevitabilmente da uno strano uomo che passeggiava per il paese con l’aria assorta e imbambolata.

–Chi è quel tale? – chiese il dottore al barista della pasticceria in cui si trovava.

–Ah, quello. – rispose il barista sorridendo – Quello è il Sig. Dimentichino. Non si ricorda mai niente, a volte non ricorda nemmeno il suo nome. –

Il dottore aprì la sua valigetta un po’ misteriosa. Prese il blocchetto per gli appunti, una delle tante penne sparse nella borsa e iniziò a scrivere, fermandosi a pensare di tanto in tanto. A tratti lanciava un’ occhiata al Sig. Dimentichino, per poi rituffarsi a scrivere. Alla fine tirò un sospiro. Si alzò dalla sedia e andò dritto verso Dimentichino. Camminava sicuro, determinato e sereno.

Con tono gentile gli disse –Signore, può tenere questa lettera con sé ora?– e mentre pronunciava la parola “ora”, la sua voce diventava più profonda e forte. Aggiunse poi: –La tenga stretta con sé.–

Il Sig. Dimentichino preso dalla paura di non ricordare ciò che quell’uomo gli aveva detto, aprì immediatamente la lettera che gli era stata consegnata. Sul foglio c’erano poche chiare parole.

 

PUOI DIMENTICARTI TUTTO QUELLO CHE VUOI.
PUOI DIMENTICARE QUELLO CHE NON SERVE, E ANCHE QUELLO CHE È IMPORTANTE.
PUOI DIMENTICARTI LE COSE PICCOLE E QUELLE GRANDI.
PUOI DIMENTICARTI DAVVERO TUTTO.

PUOI DIMENTICARTI ANCHE DI DIMENTICARE.

 

E da quel giorno così fece.

Non ebbe più bisogno della lettera, né di nient’ altro, perché iniziò a ricordare perfettamente.

Ricordò soprattutto che quello fu il giorno più importante di tutta la sua vita.

di Donato Simone Frigotto

016. Il pigiama grigio e il pigiama blu

016

Conducevano le loro normali vite da pigiama. Arruffati al mattino, lavati alla domenica, piegati al martedì e poi cassetto. Sapete come succede col bucato: darsi una ripulita  sballotta e confonde. Non parliamo della strizzata in lavatrice.

Un giorno i due pigiami vennero separati. La casacca blu non era più con i  pantaloni blu. I pantaloni grigi non erano più con la casacca grigia. Passarono giorni. Il cassetto non era più un ambiente confortevole per nessuno. I pantaloni grigi stesi alle corde sbattevano alla tramontana arrabbiati.  La casacca grigia si allungava tristemente pizzicata dalle mollette. La casacca blu fu perfino dimenticata sotto un acquazzone , e i pantaloni blu asciutti nel cesto non guardavano più sulle corde per vedere chi c’era.

Passarono giorni. Cominciò a sentirsi un nuovo profumo di bucato.

Una mattina, per caso, la casacca blu si ritrovò stesa vicino ai pantaloni grigi, e poi si ritrovarono ad essere indossati entrambi lo stesso giorno. Anche la casacca grigia e i pantaloni blu cominciarono ad essere indossati insieme. Tutti e quattro furono sorpresi di come la cosa sembrasse naturale. Dopo le lavatrici e le strizzate, dopo i tanti bucati, quella situazione era  diventata diversa e giusta. Le cose blu si sentivano felici con quelle grigie. E quelle grigie si sentivano felici con quelle blu. Quel giorno del cambio di stagione si ritrovarono tutti appesi alla stessa corda a svolazzare al vento fresco della primavera, e nulla faceva male.

di Antonella Petrera

015. La matita verde

015

In queste giornate no ti capita proprio di tutto.

E come può una giornata trasformarsi di colpo in una giornata no?

Se una giornata nasce deve rimanere che so… almeno fino alle sei del pomeriggio.

Ecco… si è spezzata di nuovo la mina.

Una volta che la ragazzina dai capelli ricci mi rivolge la parola… che mi chiede il verde chiaro, io non solo ho proprio il verde chiaro spuntato, ma anche un temperamatite che fa cilecca!

La prossima volta al cartolaio non gli dico nemmeno “buonasera”, e gli faccio tutte le pedate sul pavimento, e gli sgocciolo l’ombrello in tutto il negozio!

Non ci credo! Quante volte è umanamente possibile spezzare una mina dentro un temperamatite?

E l’Ignazio che continua a fare lo svenevole con la MIA ragazzina dai capelli ricci.

E che cosa ci faccio adesso, con questo mozzicone di matita verde lungo un centimetro? Maledizione!

Io volevo gli occhi verde chiaro.

E ormai lei avrà preso il verde chiaro dell’Ignazio.

Era una giornata no, questa. Altro che . E lo resterà di sicuro fino alle sei. Uffa!

ORE SEI.

La collanina che mi hai regalato è bellissima.

Sono contento che ti piaccia. Almeno alla fine il verde chiaro te l’ho dato!

Come hai fatto a procurarti una matita così piccola?

E’ che ci vuole un certo impegno nel temperarle.

Sulla collanina ci sta benissimo, hai avuto un’idea magnifica.

Cosa fai dopo il laboratorio di inglese, oggi? Ti piacciono le crèpes?

Moltissimo! Le fate, qui, al gusto di frigotto?

Frigotto? E che razza di gusto è?

Neanche l’Ignazio lo sapeva. Perché non lo sa nessuno?

Ah, frigotto, hai detto? Ma certo che lo so! Dove andremo noi fanno i frigotti più buoni del paese!

La prossima collanina me la fai con il marrone? E’ il mio colore preferito.

(IO, ho gli occhi marroni!!) Certo! E’ proprio il prossimo pastello che sta finendo.

di Antonella Petrera