014. Il nano Giuliano

nano aviatore

Giuliano era un giovane nano.

Era basso, ma sapeva guardare lontano.

Alzava gli occhi al cielo ed il naso all’insù

per osservare ogni giorno l’ aeroplano.

Gli avevano detto che per volare fin lassù,

l’aereo aveva bisogno di un capitano.

Uno che lo sapesse pilotare

sopra le montagne, i laghi, ed il mare.

Giuliano ancora non sapeva come fare,

quanta gente poteva portare.

Chi lavora, chi va in vacanza, chi torna a casa dalla famiglia,

chi dorme, chi legge, e chi guarda le nuvole con meraviglia.

Lui era tenace e curioso, ed era un sognatore.

Voleva fare davvero il mestiere dell’ aviatore.

Giuliano amava alzare lo sguardo, per andare lontano.

E già si vedeva Capitano, sul suo aeroplano.

Sapeva che tutto parte da un sogno

di cui ogni nano, ma ogni uomo, ha estremo bisogno.

di Donato Simone Frigotto

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013. Il funghetto riccio

013

C’era una volta un funghetto che si aggirava per il bosco rovistando tra i cespugli.
Cercava sotto le foglie, dentro gli alberi cavi, lungo i bordi dei sentieri. Non si dava pace.

Il Ciliegio gli chiese:

– Fungo, ma che cosa vai cercando, da giorni e giorni? – 
Sto cercando il mio cappello
. Sbuffava stufo.

Non vedi che sono senza cappello e sembro una patata? Tutti mi prendono in giro. L’altro giorno il vento, con un dispetto, me lo ha fatto volare via, e da allora non sono più riuscito a trovarlo.

– Dovresti provare a mettere qualcos’altro in testa, se no ti raffredderai. Io sono stecchito perché è autunno, altrimenti ti darei le mie foglie o le mie ciliegie.

Etciù!! rispose il fungo.

Hai proprio ragione. Sei molto gentile e ti ringrazio, proverò a seguire il tuo consiglio.

Il funghetto, così, provò a cercare qualcosa da mettere in testa, ma non gli veniva in mente nulla, finché non incontrò l’Ippocastano, un albero alto e ombroso, del tutto simile ad un castagno. Sbuffava.

Anche tu, sbuffi? chiese il fungo all’albero. Perché?
– Mi cadono i frutti a terra e mai nessuno li raccoglie. Gli animali del bosco non li mangiano. Io non servo a niente. –

Aspetta, mi è venuta un’idea.

Così il fungo cominciò a tuffarsi di qua e di là tra le foglie secche ai piedi dell’albero. Erano molto buffi i suoi tuffi.

– Ma che stai facendo? – disse l’Ippocastano divertito.
Quasi quasi mi fai ridere!

Avevo perso il mio cappello, e anche io ero triste come te. Rispose il fungo da in mezzo alle foglie.

Ma ora ho trovato una soluzione.

Venne fuori dalle foglie con in testa una massa di ricci appuntiti, che erano i gusci caduti dall’Ippocastano.

Non sei affatto inutile, hai visto? Mi hai donato una nuova capigliatura! Come sto?

– Devo dire che stai proprio bene. –

Ora non sembro più una patata, e sono diventato un fungo speciale. Grazie per tuo aiuto. Disse il funghetto spinoso e riccioluto.

– Figurati, vieni a prendere i miei gusci quando vuoi. –

Ora nessuno mi prenderà più in giro! Sarò il primo funghetto riccio del bosco!

Il fungo salutò l’Ippocastano, e tornò spesso a fargli visita. Gli piaceva cambiare pettinatura almeno due volte l’anno.

di Antonella Petrera

012. Alessandro il ragno

012

C’era stavolta un piccolo ragno,
che camminava nella vasca da bagno.

Si muoveva pian piano, con giusto contegno,
per evitare di lasciare il benché minimo segno.

Ed era davvero piccolo, quel piccolo ragno,
così piccolo che la vasca gli sembrava un enorme stagno.

Era da solo, senza un compagno,
ed ogni passo per lui era un grande guadagno.

“Io non mi lagno”, pensava il piccolo ragno,
muovendosi su e giù con molto impegno,
nella vasca che ormai era il suo regno,
lui si sentiva come Alessandro Magno.

E scivolando gridava “Non mi rassegno”,
perché la ceramica non è mica legno.

Col mio sguardo stupito per un po’ lo accompagno,
mentre prepara il suo nuovo disegno.

Lo lascio fare e ne ammiro l’ingegno,
la ragnatela perfetta è il suo marchingegno.

Da lui ho imparato una lezione che insegno…
“…fai sempre qualcosa di cui essere degno”.

di Donato Simone Frigotto

011. Il ladro, il riso e un sorriso

011

Un ladro tentò di entrare nella casa di un ragazzo che ascoltava la musica con le cuffie a volume alto.

Il ragazzo non si accorse che il ladro era entrato.

Il ladro aveva molta fame, e il ragazzo aveva lasciato sulla tavola una ciotola di riso del ristorante cinese sotto casa. Il ladro si mise a mangiare il riso e si dimenticò quello che era andato a fare.

Quando stava per uscire, e si ricordò che in realtà era lì per rubare, vide uno strano libro sullo scaffale. Lo aprì. C’erano scritte a matita delle frasi qua e là, ma una lo colpì più delle altre.

Chi sorride al ladro, in realtà gli ruba qualcosa a sua volta”.

Così il ladro mise giù il libro, ringraziò il ragazzo per il riso, e se ne andò.

Con un nuovo sorriso.

di Donato Simone Frigotto

010. Ai nonni

010

Queste parole sono dedicate ai genitori.

Sia a quelli che lo sono una volta sola, e sia a quelli che sono genitori di altri genitori a loro volta.

A quelli che li guardi, e senti che da loro sei nato, loro assomigli, e comunque da loro ti sei distaccato.

A quelli che senti a malapena, perché, un po’ sordi, parlano piano, e spesso a malapena li ascolti, perché tanto sai già cosa vogliono brontolare.

Sono dedicate a quelli che quando viene gente in casa, spesso finiscono rintanati in cucina, o a letto prima, quasi fosse una vergogna per loro o per chi si avvicina.

A quelli che “fanno comodo” e “per fortuna che ci sono”, altrimenti chissà come avremmo fatto senza.

A quelli che con le mani dietro la schiena accompagnano il bimbo al campo di calcio; che con passo zoppicante e la maestria degli esperti in cucina, a qualsiasi età preparano la torta della festa come se fosse la cosa più importante della Terra; non ci capiscono niente di tecnologia o elettronica, come la chiamano ma che si fanno spiegare le cose dalle piccole pesti purché stiano un po’ buone…

Per essere chiamati così, nonni, hanno bisogno di avere nipoti. E quando li guardi ancora, un po’ sovrappensiero,  mentre giocano come se fossero loro stessi teneri batuffoli di peluche, e  morbide caramelle ti chiedi “chissà dov’era questa dolcezza quando io ero piccolino.”
E te lo chiedi a voce alta nella mente, perchè così risuona fino al cuore.
Che un po’ si arrabbia, si rammarica e sospira. Che si infastidisce, perché i nonni li viziano i nipoti, figli di figli, che ogni tanto si uniscono guardare e sentire, ascoltare e brontolare, genitori di altri genitori.

E poi si fa caso per chi ha la fortuna di averli avuti,  o di averli ancora, che prima o poi la parentesi del tempo si chiude,  con le speranze di chi lascia dentro agli occhi, agli odori, al calore, e alla presenza,  qualcosa che crescendo  cambierà di nuovo, restando sempre lo stesso.

Perchè la festa dei nonni, come tutte le feste, può durare un giorno o una vita.

Figlia di altre feste e ricordi, che sono ricordi di altri ricordi, figli di altri figli, nipoti di altri nonni.

di Donato Simone Frigotto


Il nonno di tutti

Nonno Nicola è il nonno di tutti.

Gioca a pallone anche se usa il bastone.

Sul tavolo al bar ci fa un aquilone.

Stiamo con lui finchè siamo distrutti.

Abita in piazza, ché ha traslocato.

Lui non voleva più stare in ospizio:

Fumo la pipa e mi tolgo ogni sfizio!

dice seduto in panchina beato.

Lui ha bei momenti ma anche brutti.

Il quattro, che arriva la sua pensione

ci compra, ai monelli, un cono gelato.

Nel nostro paese è molto stimato:

Amare i monelli, questo è il mio vizio!

E nipoti o no, noi lo abbiamo adottato.

di Antonella Petrera