009. Faro

009

Poco lontano dalla casa in cui abito c’è un fiume.

I suoi argini sono grandi, e le persone ci camminano spesso per fare una passeggiata di giorno e anche di sera.

Lungo gli argini ci sono i lampioni. Uno di questi si fa chiamare Faro.

Le persone lo prendono in giro, spesso ridono alle sue spalle. Le sento burlarsi, dicono: “Povero sciocco… non è che un lampione di città!

Qualcuno tenta di fargli cambiare idea. Un uomo cattivo gli grida: “L’acqua che senti non è il mare! Sei qui, sull’ argine di un piccolo fiume, non su una collina di fronte all’ oceano! Non ci sono marinai o navi da salvare e guidare fino a riva! Sei solo un lampione come tutti gli altri in fila, prima e dopo di te!”.

Ma Faro se ne sta lì, senza badare a quelle parole. Sta lì alto, dritto, con la sua boccia di vetro al posto della testa, che si illumina quando il sole scende dietro le case della città. Immobile, fiero di sé, sta lì a fare il suo mestiere.

Un giorno presi coraggio e gli parlai.

“Ciao Faro.” Gli dissi.

“Ciao.”

“Che fai?”

“Faccio ciò per cui sono nato. Faccio il Faro. E’ così che mi hai chiamato anche tu.”

Mi sedetti tranquillo sulla panchina con la sensazione che sarebbe stata una bella conversazione.

“E cosa fa un faro?”.

“Un faro vero non lo so se lo so. So che io sono un punto di riferimento per le persone, per chi passa di qui e ha bisogno di luce. Per chi attraversa il fiume e per chi cammina sulla strada. Io faccio luce e aiuto. Io sono utile.”

Fu una bella conversazione, in effetti.

Da quel giorno, quando prendo la strada sull’argine del fiume, ogni volta che ci passeggio accompagnato dai lampioni lo osservo più attentamente, e mi rendo conto che davvero ha qualcosa di speciale.

Sembra più alto degli altri lampioni. Più dritto. E la sua luce brilla più decisa delle altre.

Tra tutti i lampioni in fila, io noto lui. Faro.

Dal giorno della nostra conversazione è diventato un punto di riferimento anche per me.

E’ proprio vero. Lui non è un comune lampione.

Fa ciò per cui è nato e lo fa bene. Lo fa con amore e crede in sé stesso.

È il Faro più speciale che una città col fiume possa avere.

Sono contento di conoscerlo.

di Donato Simone Frigotto

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008. Ora ci penso io

008

Un giorno, mentre guardavo da vicino una girandola colorata di arcobaleno, sentii sussurrare delle voci.
Accostai la girandola all’orecchio. Erano i colori. Stavano litigando.

Il rosso gridava: “Io sono come il fuoco! E sono il più forte di tutti voi!”

Allora il giallo rispondeva: “Io sono come il sole, più grande e luminoso di tutti”.

“Siete troppo vanitosi.” diceva l’arancione “Io sono fatto un po’ dell’uno e un po’ dell’altro di voi due, per questo sono in perfetto equilibrio.”

“Smettetela di calpestarmi!” gridò il verde come l’erba.

E l’azzurro sospirò “Io che ho il colore del cielo, mi tocca vedere sempre queste scene…”

Nel frattempo, l’indaco ed il violetto se ne stavano in disparte, perché pensavano di non essere tanto famosi come gli altri.
Fu in quel momento che sentii un’altra voce, forte, che arrivava da lontano, ma era molto vicina.

Era il vento.

Mi disse “Stringi con forza il bastoncino di legno. Ora ci penso io.”

E così, soffiò. Soffiò. Soffiò ancora più forte. La girandola cominciò a girare velocemente, e tutti i colori, come per magia, si trasformarono nel bianco.

Tornando a casa quella sera, pensai al vento.

Era paziente. Sapeva che i colori in fondo non erano così diversi tra loro.
Sapeva che quando qualcosa li teneva uniti era facile girare tutti insieme e creare qualcosa di bello.
Sapeva anche che probabilmente avrebbero continuato a litigare in futuro, ma mi voleva insegnare che prima o poi arriva sempre un colpo di vento a cambiare in meglio le cose.

di Donato Simone Frigotto

007. Il falco e il passero

007

Ce l’abbiamo fatta anche stavolta! Dice il falco al passero.
Siamo proprio una bella squadra, noi due.
La smetteranno, prima o poi di fare tutti quegli strani rumori…
Sì, sì, di solito la smettono, dopo un po’.

L’albero cavo è pieno di telefoni in mezzo alle foglie secche. Qualcuno di essi trilla ancora, e altri agonizzano con le batterie quasi scariche.

Io dico che quei due che abbiamo fatto incontrare il mese scorso si sposano entro l’estate.
Hanno di nuovo gli occhi, adesso.

Ehi, hai visto la gazza? È verde d’invidia! Sghignazza il falco.
Caspita, guarda! C’è quello col cappello di lana! Vai, svelto!
Questa volta non mi sfugge.

Il falco, con un gesto fulmineo, si getta in picchiata, e con gli artigli acciuffa il telefono del tipo col cappello di lana, e poi vola via. Senza che lui possa dire né “ahi” né “bai” il passero gli è sulla spalla. Cinguetta e si fa seguire con lo sguardo.

Davanti al tipo col cappello di lana, come per magia, compare il carosello con la sua romantica musica da organetto, il venditore di zucchero filato, il bambino con le bolle di sapone, gli anziani che si canzonano giocando a scopa, il signore che pesca fischiando dal ponticello, gli studenti che sottolineano i loro libri mangiando gommose di zucchero, i bambini che fanno i compiti sul prato, e la ragazza più bella che lui abbia mai visto appare di fronte a lui e gli dice: “Ti faccio un fiore di palloncini?”.

di Antonella Petrera

006. L’avventura di Rachi

006

Rachi era un pollo. Zampettava maldestro da quando era uscito dall’uovo.

Ci vedeva poco, Rachi.

Quando gli altri polli trotterellavano veloci verso la mangiatoia e le bucce, lui arrivava sempre troppo tardi.
Sei tutto sbilenco!
E sei anche orbo.” Dicevano.
Ti faranno arrosto come tuo zio”.

Suo zio aveva deciso per conto proprio di farsi fare arrosto, tempo prima, perché aveva il suo stesso problema. Rachi, però, aveva Nardina.
Nardina ogni giorno gli portava le bucce più golose.
Gli parlava dolcemente.

Cacciava via i polli cattivi che volevano rubargli il cibo. Si accertava che bevesse, lo carezzava.
A Rachi Nardina piaceva. Lei la vita la vedeva. Proprio come lui.

Il giorno che Nardina partì per un lungo viaggio, decise di partire anche lui.
Gli dolevano le zampe. E allora?
Ci vedeva quasi niente. E allora?

La faccenda del pollo arrosto proprio non faceva per lui.
Sarebbe stata la sua avventura.
Gli altri polli lo canzonarono come al solito.
C’era anche qualcuno che voleva impedirgli di partire per proteggerlo, ma Rachi la vita la vedeva. E la sceglieva. Sempre.

Quando Nardina tornò dal suo viaggio Rachi non c’era più.
Non importa come. Rachi visse la sua avventura.
Nardina per questo non fu triste mai.

di Antonella Petrera

005. Da qui a lì

005

Sai, ci sono questi esseri qui; li chiamano adulti.

Perché?
Forse perché sono alti. Sono alti due volte gli altri.
Perché?
Eh… sono alti così, questi qui, perché così noi ci possiamo salire, .
Perché?
Perché da , possiamo vedere più in .
Come i nani quando salgono sulle spalle dei GIGANTI.
Perché?
Sai, è importante vedere lontano, più in
Si possono scoprire tante cose, anche quando si è piccoli come noi.
Si possono vedere anche più cose, più di quelle che vedono gli adulti.
Perché?
Perché quando noi saliamo , in alto, siamo noi un po’ più alti,
più alti degli adulti, in qualche modo.
E possiamo anche raccontare quello che vediamo ,
così è come se lo vedono anche loro, qui.
Uhm…
…cosa?
Ho capito perché.
Perchè cosa?
Perché li aspetto qui.
Perché?
Perché, quelli , gli adulti. Sono alti.
E per farci salire fino a
Devono diventare piccoli, come noi.
E abbassarsi. Fino a qui.

di Donato Simone Frigotto

004. Bonafina

004

Non c’era una volta…
­ No, non ho sbagliato, la storia fa proprio così. Ora vado avanti. ­
Non c’era, una volta.
Ed ora c’è.
Questa storia non racconta.
Prima non c’era.

­ Ecco, hai visto? Ti stai sbagliando. ­
Non ci sono principesse.
Non ci sono castelli.
Non ci sono rospi.
Non ci sono draghi.

Una volta non c’era, ed ora c’è.
­ Cosa c’è? ­
C’è qualcuno che non si sapeva.
­ Dov’è? ­
In uno spazio che non è lontano.
­ Quand’è? ­
In un tempo che non passa. C’è una creatura che splende.
Fa le cose di tutti i giorni, ma è una meraviglia meravigliosa e meravigliata.
Lei lo sa che prima non c’era e che adesso c’è.
­ Cos’altro c’è? Lo vedi? ­
C’è la possibilità di essere felici, con lei.
­ E tu lo sapevi già? ­
No, non lo sapevo. Neanch’io, c’ero, una volta, e adesso ci sono.
­ E com’è quando poi ci sei? ­
Hai presente quando l’arcobaleno lo vedi veramente?
No, dico, che lo vedi veramente.
Che ti senti bambino, sciocco, felice, importante, grandissimo, tutto in una volta?
­ Non lo so se lo so. Forse anche io una volta non c’ero e adesso sì. Chi lo sa? ­
Bonafina, lo sa.
Lei crea.
Lei è come l’arcobaleno.
E se ti lasci creare da lei, poi va tutto bene.
Non fare troppe domande.
Lasciati immaginare.
Lasciati creare.
­ Me la posso mettere nel taschino? Voglio stare con lei.­
Viene lei a stare con te.
E comincia a creare da lì dove sei.
­ Mi fido. ­

di Donato Simone Frigotto