43. La danzatrice di cristalli

bas4

La casa profumava di casa.
C’era un angolo che le piaceva più di tutti. Il mobile verde che conteneva i cristalli. Alcuni risalivano ai tempi della bisnonna. Guardarli scintillare ordinati, al sicuro, dentro le ante come in una cassaforte, carezzati dai puntuali raggi del sole al mattino, così belli e imperturbabili, la faceva sentire una di loro.
Lucente e al sicuro. Le sfuggiva il dettaglio di essere anche fragile come loro.
Quella notte fu svegliata da un assordante fragore lungo un attimo.
Si catapultò giù per le scale, maglietta e pigiama.
Accese.
Restò attonita minuti a guardare.
Cocci indistinti, polverizzati, giacevano ovunque.
Minuto dopo minuto si accorse che dentro le succedeva la stessa cosa.
Si sedette sull’ultimo gradino. Pianse solo una lacrima a metà. Le ante del mobile erano senza più vetri, spalancate sul niente. Tutto il vetro e il cristallo, chissà come, era finito in polvere.
Nel silenzio qualcosa si mosse nel camino.
Quell’ultimo tozzo ardente le fece balenare una follia che si fece strada dentro di lei come una locomotiva.
Si alzò.
Staccò con ardore le ante aperte sul niente e le scaraventò nel camino. Quasi immediatamente il resto della notte cominciò ad illuminarsi di fuoco, e lei, sentendo scricchiolare la polvere di vetro sotto i piedi, cominciò a danzare su una musica che aveva i tempi del suo silenzio. Prese a calci quella sabbia trasparente per vederla scintillare contro il fuoco, brillare e cadere ovunque. Ci strisciò i piedi per sentirla graffiare. Anche lei non era più al sicuro da niente.
Ma lucente sì, maledizione.
Sudata di danza e affannata vide il sole scostare la notte ed entrare con il suo rettangolo di luce nella credenza vuota.
Un’altra idea.
Un’altra locomotiva. Cominciò a riempirla di libri. Percorse la casa in cerca di tutti i libri che aveva, finché la riempì tutta.
L’aveva trasformata. Lei era trasformata.
Poi prese latte e cereali, e si sedette sul pavimento, lì, di fronte, a sgranocchiare nella luce brillando di fatica e di polvere di frantumi perfino nelle ciglia degli occhi.

di Antonella Petrera

42. Ma mi manca

ma mi manca

Le case e le strade erano bagnate dagli spiragli del giorno appena iniziato.
“Papà, cos’è la mancanza?”
Guardavo il rosso della luce al semaforo, immobile. Mi sembrava fosse passata un’ora prima di essere stato in grado di formulare la mia risposta. Che fu un’altra domanda, però.
A cosa ti riferisci cucciolo?” accennai, ostentando calma.
Rimase in silenzio per un po’. Dieci interminabili secondi durante i quali cercai di ricordare alcuni spunti de “Il Piccolo Principe”. Ce l’aveva sul comodino proprio ieri dopo essersi addormentata, no?
Maledizione, non ricordo nulla.
E’ la rosa quella con cui il ragazzo parla di mancanza? Oppure è la volpe?
Verde. Tempo scaduto. Quasi senza respirare lei continuò a guardare fuori dal finestrino e sussurrò:
“Mi manca la mamma. Credo di sentire la mancanza”.
Lo disse con il tono più adulto nella voce di una bambina, che risuonò in me come una sentenza.
Manca tanto anche a me”, riuscii solo a dire, ed il mio cervello da genitore si stava già punendo per essere stato così egoista da esprimere il mio bisogno e la mia fragilità di fronte a chi mi stava chiedendo di essere la sua roccia.
Mi sembrava di essere un capo cordata in montagna che fugge per primo davanti al pericolo di una slavina.
Lei non mi diede altro tempo. Di nuovo arrivò con le sue domande. Una cosa che mi piace tanto, di lei.
“Quando una persona non c’è si dice che è assente. A scuola la maestra scrive così ogni volta che uno di noi non è seduto al suo banco. Allora penso che siccome la mamma non c’è più, la sua è una assenza. Ma non capisco bene, papà, che differenza c’è tra una assenza ed una mancanza?”
“Perché io non la sento assente, la sento che mi manca”.
Ora il capo cordata era diventato un capitano in preda al panico che calava una scialuppa solo per sé, con il desiderio di allontanarsi sempre di più e sempre più veloce dal luogo del naufragio.
Credo che la mancanza sia quello che resta dopo l’assenza” dissi riprendendo fiato.
Anche se non c’è più, per chi è rimasto qui, come noi, lei c’è ancora, in qualche modo”.
Stavo raschiando il fondo della banalità. Un altro semaforo. Mi sembrava che la terra per qualche istante avesse smesso di girare, o quantomeno lo stesse facendo più lentamente.
“Quindi la mancanza non è più della persona che è mancata, ma di chi rimane qui, in compagnia della sua assenza.”
“Sai, papi, credo di aver capito meglio cosa vuol dire presenza.”
A quel punto ero io a non capire più niente, ovviamente.
“La mamma mi manca perché è assente. Ma la sua mancanza è sempre presente. Perciò mi ricorda che non è assente mai.”
Scese dall’auto e mi baciò sulla guancia, come sempre un po’ di fretta. Iniziò a mancarmi, come tutte le mattine, anche se sarei tornato a prenderla all’uscita della scuola di lì a qualche ora.
Il grigio delle case ora era più bagnato, e sapeva di sale, come queste righe sulle rughe del mio volto che mi appannano gli occhi. Occhi che da oggi vedono un po’ di più.

di Donato Simone Frigotto

41. Vali già

Valigia

Pigiama.
Spazzolino.
Un seme, per coltivar se stessi ovunque si vada.

Tre maglie.
Due pantaloni.
Pacchetti di fazzolettini, per raccogliere le emozioni liquide.

Calzini più altri calzini, perché non si sa mai.
Reggiseno e mutande in una bustina a parte, perché l’intimità va sempre protetta.
Un po’ di vuoto per dare spazio all’esistibile, senza soffocare nell’esistente.

Un libro. Anzi facciamo due, per sicurezza.

La valigia magenta si riempie.

Ricordo ricordi.

La valigia dell’infanzia era uno scomparto nella grande valigia di mamma. Non esisteva di per sé ed era bello così. Un piccolo canguro nel marsupio: mezzo fuori e mezzo dentro.

La valigia adolescente, invece, era un armadio a quattro ante, per non privarsi di nessuna delle possibili identità da indossare.

La valigia magenta è la valigia presente: retrò ed eterna come l’infanzia, esplosivamente colorata come l’adolescenza,  sobria in dimensioni come l’adultità che ha coraggio di scegliere.

I nasi più esperti riconoscono nel profumo della valigia magenta le note acide della paura, superbamente mescolate con l’essenza fresca dell’entusiasmo.

La valigia magenta è essenziale. Vien da chiedersi se possa bastare.

Essa ha una qualità, chiude e dice: vali già.

40. Essere dell’essere

038

C’è un essere.

L’essere è molto più potente del suo nemico, il dolore.

L’uno edifica con tenacia, senza ragione.

L’altro devasta, ma solo se gliene dai il permesso.

L’essere fa dolore.

E’ un fa? Fa male. Fa la vita.

E’ un do? E’ un do di petto, perché è esattamente lì che abita.

E’ un re? Sì. Regala tutto e regna su tutto senza permesso.

Se ti senti chiamare dall’essere, del dolore non hai più nulla.

Il dolore termina come l’essere, ma solo nel suono.

Dolore. Amore.

Se non sei pronto ad essere chiamato con il suo nome

l’essere può farti paura. Molta paura.

Lo scaltro genio della bellezza dice:

Libera l’intenzione. Lascia che vada.

Sii tu da solo, ama, e senza scopo.

L’essere non spacca. Apre. Espande.

L’essere è misterioso da secoli, per molti.

L’essere non lo puoi fermare.

Se pensi di poterlo fermare

hai bisogno di imparare a pensare di nuovo.

Essere di quest’essere è possibile.

Sì. Mi fa dare. Mi fa dolore.

Ma è là che c’è il mio sole.

Ed è là che voglio essere.

Nell’amore.

39. Ubriachi di aria

Ubriachidaria

Assesso’!!
Dice il signor Seccalossi.
Ma che cos’è che state a fare qua? Hanno detto che state piantando.
Si, signor Seccalossi, stiamo piantando un piccolo bosco di querce.
Si, ma le querce fanno ombra. Poi mia moglie non può più stendere il bucato al sole.
Signor Seccalossi, lei abita al terzo piano. E per quanto veloci possano essere le querce a crescere, vedrà che non avrà problemi col bucato.
Si, ma poi qui vengono troppe persone.
Cercheranno senz’altro pace e tranquillità. Sarà un bosco. Non una discoteca.
Si, ma poi le formiche saltano dai rami e vengono ad abitare a casa mia. Sa, quelle formiche con la testa rossa? Ho visto alla rai che sono molto pericolose.
Quelle dei paesi tropicali possono esserlo senz’altro.
E come la mettiamo con i serpenti?
Le garantisco che c’erano più serpenti prima, quando il terreno era completamente incolto.
Ma se ci sono gli alberi vuol dire che vengono anche gli uccelli. E gli uccelli cacano sul balcone.
Uhm… vero. Questo potrebbe essere un inconveniente. Se lei lascia delle briciole ai passeri vedrà che per gratitudine loro andranno a cacare da qualche altra parte.
Ma quando mia moglie stende le lenzuola, poi, si impigliano ai rami e si possono strappare.
All’inizio saranno querce giovani. Saranno basse. Le sue lenzuola saranno al sicuro.
Si, ma quando poi crescono le lenzuola si strappano di sicuro. E quella mia moglie si stanca, poi, a cucirle.
Mi dispiace contraddirla nuovamente, signor Seccalossi, ma tra trent’anni probabilmente lei sarà altrove.
Ma poi qui vengono i vecchi a leggere il giornale, lasciano i giornali sulle panchine, e poi se li vengono a leggere i vagabondi, e dormono sulle panchine.
E non è contento che ci sia così tanta gente che legga il giornale? Lei lo legge il giornale, signor Seccalossi?
No.
Forse lo potrebbe leggere portando qui i suoi nipotini a giocare. Non le piace stare all’aria aperta?
Si, ma quelli, poi, i nipotini, si raffreddano a stare troppo fuori.
Via, stare all’aria aperta fa bene. Lo sa che la poetessa Emily Dickinson invitava ad essere ubriachi di aria?

Emilichiii???

di Antonella Petrera

 

38. La pecora sul soffitto

Una pecora sul soffitto

La novena è noiosa. Ma nell’ultima fila succede qualcosa di speciale. Ahmed è col naso per aria, vicino a Bilal. Io sono Marina e ho la testa tra le nuvole. Io e Aisha siamo amiche per la pelle, e ci sediamo sempre vicine. Noi quattro sembriamo solo, seduti sulla panca come tutti. Tutti noi abbiamo i cappucci. Usiamo i cappucci dei giubbotti come cuscini e alziamo le testoline al soffitto, appoggiandole sullo schienale del banco. L’Ignazio ad Ahmed e Bilal ha detto che loro in chiesa alla novena (che è noiosa) non ci possono venire perché loro sono di Allah. E Allah non li lascia entrare in una chiesa dei cristiani. Ma io ce li ho portati lo stesso insieme ad Aisha. Io e Aisha vogliamo mostrare ad Ahmed e Bilal che in cielo si vola da sempre. Che anche gli uomini hanno le ali. Che uno che sapeva disegnare benissimo forse ha volato, per arrivare a disegnare sul soffitto. Il pittore Musìo, l’amico di zio Gianni, ha detto che di sicuro Michelangelo si schizzava la faccia di colori perché dipingeva con il pennello all’insù, sui soffitti delle chiese. Che ti credi, che è facile? Ridiamo. E allora noi guardiamo. E cerchiamo tutto quello che hanno disegnato. Ahmed da quaggiù trova una pecora. Una pecora! Una pecora come nel Piccolo Principe. Bilal guarda tutte le forme dei piedi e delle mani. Io trovo trentasei angeli bambini. Aisha trova perfino una spada. Il prete è venuto a vedere se chiacchieravamo. Quattro teste si sono girate verso destra senza dire nulla aspettando di essere sgridate ancora una volta senza aver fatto niente di male. Il destino dei bambini, e di certi popoli. Era il prete anziano che si mette il cappello rotondo. Non ha detto nulla.  Meno male. Poi abbiamo trovato tutti sul soffitto la colomba bianca con le foglie nel becco. L’Ignazio, invece, è proprio un cecato. Non la trova mai.

di Antonella Petrera

illustrazione di Valeria Zaccheddu

37. La donna senza mantello

037

La donna è stata chiamata forte.
Lei ora si gira all’improvviso.
E conosce le cose così, questa volta.
Si porta velocemente le mani alla bocca, tanto forte che si sente lo schiocco sordo.
Davanti ad una tale meraviglia si sente infiammare.
Il suo cuore comincia ad affannarsi.
Sembra uno spavento.
Si può svenire di troppa meraviglia?
Quel che vede e sente la lascia inerme a contemplare.
Non ci sono in quella selva angoli in cui rifugiarsi a guardare senza essere visti.
Potrebbe provare a nascondersi dietro un albero, ma gli alberi diventano trasparenti, perché vogliono che lei venga scrutata.
Il nodo al mantello si slaccia e il mantello cade al suolo con morbidezza.
Non si nasconde.
Non si copre.
E’ nuda. Espone il suo corpo dall’interno a tutte le intemperie dell’incontro.
Sa che ne uscirà ferita. Corre il rischio.
Sa che ne uscirà graffiata. Guarda il sangue.
Sa che ne uscirà più luce. Guarda forte.
Sa che ne uscirà più donna. Guarda dentro.
Impavida si espone alla conoscenza e al richiamo.
Conosce le cose girandosi all’improvviso.

di Antonella Petrera

36. Quando il sogno si riposa

036

Qualcuno dice che i veri sogni, quelli belli, quelli utili, si fanno solo ad occhi aperti.
Questa, però, sarà un’altra storia.
Quella di adesso, invece, è la storia di chi ha il potere di creare un sogno sognato, meravigliosomeravigliato.
Bonafina cerca di guarire, cerca cuori da intenerire, cerca desideri dentro folti pensieri, cerca bisogni, e ne fa sogni. Realizzati o da realizzare, che importa, l’importante è creare.
E come i pittori dopo l’ultimo stropicciare di una tela, come i poeti e gli scrittori dopo aver rubato l’ultima parola, anche Bonafina alla fine della creazione ha il suo spazio di evasione.
E nessuno la vede, e forse qualcuno la sapora. Lei vola.
E dopo un po’ di tempo che non le capitava, ha sorvolato esperienze.
Ha incrociato nel vento di una girandola una grande bolla di sapone appena prima che se ne scoppiasse; ha seguito una luce tenace fino al mare e l’ha osservata tra le stelle mentre illuminava una piccola noce che bramava navigare; è passata tra abeti nei boschi e salutato ricci funghetti; ha sorriso al nano Giuliano intento ad alzare il suo sguardo ed il naso all’insù; ha portato un po’ di sole ai pigiami stesi ad asciugare; ha trattenuto il fiato di fronte agli innamorati che si salutano senza farlo davvero; ha sorriso di fronte a matite verdi, zainetti e scarpette nuove oppure consumate.
Per un attimo ha udito brontolare un certo Signor Seccalossi, prima di ritrovarsi soddisfatta dall’aver ispirato giovani streghe e magie di ricordi; è passata veloce nel negozio di scrittura, giusto solo per verificare che tutto fosse a posto, e allo stesso tempo per mettere qualcosa fuori posto, in attesa di chi un posto lo deve ancora trovare.
Come spesso fa, passa a salutare Faro.
Ma stavolta, ha ascoltato anche il proprio, di bisogno. Che non è sogno.
E ha concluso il suo volo scegliendo il giusto posto per quella notte.
Si è seduta sulla spiaggia, in disparte, ed invisibile presenza, si è scaldata con il fuoco che le storie raccontano, a sentire le ferite che bruciano insieme alla legna, e diventano fantastiche cicatrici.
E sognando, si è addormentata.

di Donato Simone Frigotto

35. Che succede quando piove

035

Che succede quando piove?
Me lo chiedevo spesso quando ero bambino.
No, non mi interessava sapere perché piove; quello me lo spiegava la maestra di scienze: il sole che scalda, l’acqua che evapora, le nuvole e le correnti che sbattono tra loro…
Mi chiedevo invece che succede quando piove.
E forse ancora non lo so bene.
Sento che l’aria si cambia, come quando ci si cambia d’abito prima di un appuntamento importante.Vedo le gocce cadere, e mi sembra che nessuna cada poi nello stesso punto in cui un’altra si è appena posata, violentemente a volte, o a tratti trattenuta.
Quasi come se ci fosse una forma di rispetto reciproco, me lo immagino così.
Quasi come se il crepitio sui tetti delle case e sulle auto, sulla plastica e sul ferro, e sul muto asfalto, fossero il loro modo per segnalare che stanno arrivando, una dopo l’altra.
Eppure, molto probabilmente, sullo stesso punto prima o poi ricadono, no?
Perché, come ci si spiega che poi è tutto bagnato?
Davvero può bastare una sola goccia in un solo punto…e quella vicina solo in quel punto…e quelle circostanti, ognuna solo nel suo punto preciso… per rendere tutto bagnato?
“Piove sempre sul bagnato” qualcuno lo deve avere inventato, no?

E osservato, no?

E vissuto, no?

Non lo so.

Quando piove tutto cambia, e tutt’intorno la gente si aspetta che poi tutto torni normale.
È che per le gocce d’acqua tutto normale significa tutto bagnato.
Io mi trovo ancora oggi, se sono in casa, o in qualche posto chiuso, quando piove, ad aprire la finestra ed annusare l’odore del legno…anche quello cambia.
Per non parlare di quello dell’asfalto. O quello dell’erba
Anche la mia pelle cambia, e non è solo bagnata. È diversa.
Odora di pioggia, di punti scelti in cui atterrare e scendere, e con rispetto poi rimanere lì.
In attesa di un altro punto e di un’altra goccia.
Che non sai bene quando.
Allora rimani ad aspettare. E odorare.
“Cose rare.” mi apostrofa Faro. Anche a Faro piace quando piove.

di Donato Simone Frigotto

34. La scarpetta nuova

034

La scarpetta è nuova. Corre sulla breccia del cortile. Corre e dietro ci sono i

fuochi. Salta una pozzanghera, e grazie alla mano di papà il salto è un volo.

Corre la scarpa del papà. Corre la scarpa della mamma. Le scarpe nuove ti

fanno sentire nuovo. Portano in posti nuovi. Nei posti nuovi ci si va con gli

zainetti. Ci si va con i piedi. Ci si va con i treni. Ci si va con le barche. Ci si va

con mille e mille altri.

La scarpetta nuova è ferma sulla barca. Sulla barca la scarpetta non

cammina. La barca mica cammina. La barca galleggia.

Galleggia la scarpetta nuova sulla barca. Galleggia la scarpetta nuova sul

mare alto e lontano. Giace la scarpetta nuova su una spiaggia, sola, e fredda

e bagnata. Nuova ma vecchia. Giace l’altra scarpetta sulla barca sgonfia.

Perché ora i piedini sono scalzi sulla spiaggia. Fanno i passi in un paese

nuovo. Avranno scarpe, poi. Ma ora volano un po’ , con la mano di papà, con

la mano di mamma.

di Antonella Petrera

33. Fi(am)ore bello

033

Entrò di nuovo nel negozio di scrittura.
Lo faceva regolarmente, e gli capitava anche più spesso nei momenti particolari della sua vita.
Quel giorno portò la sua attenzione ad una delle sezioni sperimentali, quella delle parole inventate, all’interno del reparto neologismi. Non capiva bene la distinzione tra sezioni e reparti, ma a lui interessava soltanto curiosare.

Era un periodo di gran fermento, tutto il negozio era finito sui giornali e su ogni schermo possibile grazie a quell’insegnante e al bambino che inventava le parole.
Ma le cose che lui amava cercare erano di gran lunga più nascoste, e la primavera che spingeva via dolcemente l’inverno gli stava suggerendo che nell’aria c’era un non so che di bello che ne profumava l’essenza.

E quel profumo di cielo, misto ai colori più vivi, richiamava qualcosa di bello.
Ora, ripensando alle parole inventate, “bello” non era certo una novità, ma era quello che sentiva ogni volta che guardava la serena creatività di un fiore a primavera, e si sentiva innamorato della natura stessa delle cose.
Quella natura che per definizione non chiede di intervenire, bensì solo di osservare, ed eventualmente di rimanerne meravigliosamente meravigliati.
Allora prese un pezzetto di carta e una matita, e scrisse d’un fiato:

fi am ore

E poi se ne uscì, ma non senza prima essersi fermato un istante a contemplare quel momento. E a pensare a quando avrebbe dedicato, in segreto, a qualcuno, una frase che dicesse “Sei il mio fiamore bello”.

E un sorriso strano di primavera spinse via anche l’ultimo granello di inverno.

di Donato Simone Frigotto

32. Le fantasticatrici

032

Davanti al fuoco, fuori, d’estate, le donne alla notte si raccontano storie. Sono

le storie del sempre. Non sono mai le storie del mai. Sono le storie del

domani e dell’adesso. Sono le fantasie che gocciolano solo di notte, che

vengono bevute e spalmate sugli occhi e sui corpi, rossi di fiamme.

Le storie dicono che loro, tutte, si levano da chi vuol farle volare in un

barattolo. Raccontano di cose viste e sentite da dentro.

Davanti al fuoco ci sono le donne bambine dentro le donne grandi.

Le storie dicono che loro, tutte, hanno una cicatrice da mostrare e una ferita

che abbellisce custodita dentro. Un seme che fiorendo ricama dall’interno, e

percorre dove fa male facendo male, e crea segreti sentieri nella mente, e

nuovi.

Le storie dicono che loro, tutte, ruggiscono, feline del quotidiano, ricamanti

disfacenti di arrivi che già avvengono senza nessuno. Le storie loro le

mettono al mondo, le soffiano agli infanti, le ricompongono in frantumi, le

cantano per danzare, le disperdono nelle frasi, negli specchi, nell’acqua dei

bagni, nei sali delle lacrime, nei venti dei sospiri.

Le storie dicono che loro, tutte, hanno un graffio sulla pelle dell’anima, dove

appendono monili e si profumano di essenze, davanti ai fuochi, nelle oscure

notti dove loro sole, vanno per sapere, per sapere degli speziati sapori

dell’esistere e sono le cicatrici che fantastiche le fanno.

di Antonella Petrera

31. Posso un altro passo

031

I profumi della festa avvolgevano l’aria intorno a noi. Le castagne. Lo zucchero filato. Le nocciole glassate. Era dolce il peso di mio figlio sulle spalle. Tutti eravamo con il naso per aria a guardare la ragazza sulla corda a cinque metri da terra.

La strada non è questo pezzetto di corda che vedo davanti a me. La strada è questo vuoto ai lati. E’ il dialogo con quello che ho a destra e a sinistra. E’ quello che mi dice questa linea che parla dallo spazio di sotto. Mi indica come adattare il respiro e il corpo al passo successivo.

Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento il passo.
Posso.
Sposto il peso.
Spazio.
Passione.
Posso passare.
Poso un altro passo.
Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento…

Possiamo prendere lo zucchero filato?
Penso proprio di sì.
Quel dolce pensiero distolse per un attimo il mio. Diedi una moneta a mio figlio e lui corse al carretto. Indugiai con lo sguardo in alto, sulla ragazza e sulla corda. Lei non è brava a mantenere l’equilibrio. Lei è brava a saperlo perdere.

di Antonella Petrera

30. Non salutiamoci

030

C’era molto vento. Questo lo ricordo bene.
Ed era strano, perché non ce n’era mai stato durante il giorno. Sembrava avesse atteso
proprio adesso. Quasi sotteso, ma intenso, forte.
Alcune folate erano insistenti e sembravano voler entrare di forza attraverso i finestrini dell’auto.
Il vento non si curava delle profondità dei pensieri e dei respiri nelle gole delle gole.

Si guardavano da vicino, quasi a volersi entrare negli occhi; e solo quando si distanziavano un po’ lui poteva notare il leggero strabismo di Venere che la rendeva ancora più bella. Tra sé e sé lui pensava davvero avesse qualcosa di divino dentro, ma non lo diceva.
Le lancette del cuore correvano troppo veloci, così tanto che non c’era abbraccio lungo, profondo, né calmo abbastanza da poterle rallentare in qualche modo.

Avevano paura, una paura infinita. Sarà per questo che parlavano pochissimo.
Lasciavano parlare il vento, al posto loro, che sapeva dove andare a sbattere con le parole, nel tentativo di farsi sentire.
Avevano paura di perdersi, appena dopo essersi trovati.
Avevano paura di mancarsi tanto, troppo per poter resistere.
Eppure quattro mesi non sono tanti… in confronto all’eternità. Ma sembrano infiniti, nella distanza dei luoghi e nei vuoti degli spazi che li avrebbero divisi.
Avevano paura di salutarsi. Perché di solito, quando ci si saluta, ci si lascia un po’.
Di solito, quando ci si saluta, ci si manca più di prima.

E lei disse: Non salutiamoci. Così non ci lasceremo mai.

In quel momento il vento urlò più forte, e poi rimase in silenzio.
In effetti, lo sapevano, erano già l’uno dentro l’altra. Ci sarebbero stati comunque.
Non era necessario salutarsi.
E non si lasciarono mai.
Solo il vento, e tutte le cose che volevano farsi sentire per forza, continuarono a sbattere fuori dai finestrini.

di Donato Simone Frigotto

29. La caverna e il prato

029

Il pipistrello viveva nella caverna. Lui aveva paura di uscire. Tutta quella luce.

Ne sarebbe rimasto abbagliato. C’erano giorni in cui si avvicinava alla soglia

della caverna per sentire giusto il profumo del prato quando calava la sera.

Ne era inebriato. Ma di uscire di giorno non voleva saperne. Aveva troppa

paura.

La lepre viveva nel prato. Lei aveva paura della caverna. Tutto quel

buio. Ne sarebbe rimasta avvolta. C’erano giorni in cui si avvicinava ai confini

del prato solo per sentire il fresco profumo dei muschi della caverna alla sera.

Ne era inebriata. Ma di entrare non voleva saperne. Aveva troppa paura.

Quella sera gli occhi della lepre spuntavano dal prato e vedevano due puntini

luminosi appesi alla roccia nell’oscurità.

Chi sei? Disse la lepre.

E tu? Disse il pipistrello.

Io sono la lepre.

Io sono il pipistrello.

Vieni.

No. Ho paura. Vieni tu.

No. Ho paura. 

E come si fa?

Si fa insieme. Incontriamoci a metà.

Incontrarsi a metà fa passare la paura.

Così la lepre e il pipistrello si avvicinarono entrambi alla soglia della caverna.

O era il confine del prato?

Da lì ogni giorno percorsero ognuno qualche passo nel posto di cui avevano

paura. La affrontarono insieme. Si videro ogni giorno al calar della sera, e poi

un po’ più presto, finchè il pipistrello potè godersi la luce del tramonto con la

sua amica e la lepre potè godere delle dolci ombre serali con il suo amico.

di Antonella Petrera

28. Faro e la nebbia

028

Non è tanto per il freddo. L’inverno arriva, si sa.

Non è nemmeno tanto per l’umidità. A quella si è abituato ormai.

Si tratta più di tutto della nebbia.

Non l’ha mai capita.

Non è acqua, ma nemmeno neve, o qualcos’altro di più solido.

Scende e sale, ma sembra non arrivare né dal cielo e né dalla terra.

Così mi ha raccontato l’ultima volta che ci siamo parlati.

La nebbia – dice – rende strane le cose, le cambia, in qualche modo: l’erba, il fiume, la strada, cambiano forma e profondità. Ogni tanto bisogna un po’ pulirsi gli occhi, quasi stropicciarli come di fronte ad un sogno, per togliere quella patina che altrimenti offusca di più.

La nebbia rende più lente le persone, le rinchiude in casa più spesso.

Le preoccupa, come se non potendo vedere bene cosa c’è più in là, temessero di incontrare cattivi presagi, e ancora di più, brutti avvenimenti.

O forse è solo paura dell’incerto, di quello che non si sa. Che poi – dice Faro – non è tanto diverso da quello che c’è quando la nebbia non c’è.

Ma sembra diverso davvero. Cioè, quello che c’è, ci sta sempre.
Quello che non c’è, non c’è. E quello che è incerto, incerto lo rimane.

Con o senza nebbia.

Anche la sua luce è sempre la stessa.

Ma quando lo osservo nelle sere di nebbia, la sua espressione cambia.
Sembra quasi che si impegni di più, come uno sguardo concentrato che socchiude le palpebre, per scrutare di più.
Lui lo sa. Lo ha imparato. Come le altre cose che mi ha raccontato.

Che è proprio quando si vede di meno, che bisogna brillare di più.

di Donato Simone Frigotto

27. La luce tenace

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La storia della luce tenace comincia dentro la lucciola nel bicchiere. Il figlio del cuoco l’aveva catturata a pomeriggio. La lucciola stava per spegnersi, e così la luce tenace, con un volo fulmineo, andò ad aggrapparsi allo stoppino della candela. A quel punto lo scrivano aveva gli occhi stanchi. Chiuse il manoscritto, percorse il corridoio, entrò nella sua cella, e si mise a letto pronto per un intenso riposo. Ffffffffff. La luce tenace guizzò allora dalla finestra, e acciuffò la lanterna del cacciatore. Attraversò il bosco insieme a lui, che una volta arrivato a casa lasciò la lanterna appesa all’uncino sull’uscio. Ffffffff. Prima che la porta chiudesse il suo spiraglio la luce tenace si tuffò nel caminetto, e si unì al fuoco. Il fuoco rimase acceso fino all’alba, e proprio quando l’ultima fiammella stava per spegnersi, la luce tenace udì fischiettare al lampionaio la sua canzone, e fece giusto in tempo a saltare dal camino nella lucerna del lampione, e prima che quello strano cappuccio metallico la spegnesse, cominciò una lenta fuga di lampione in lampione, con il rischio di essere spenta dal lampionaio. Era l’alba, ormai, e la sua corsa si interruppe quando si tuffò nel lampadario del teatro oltre la piazza. “Ciao, Faro!” disse al suo amico prima di spiccare il salto in teatro.  La cantante lirica ci mise tutta la mattina e tutta la sera, tra le prove e la prima. La luce tenace, intanto, aveva deciso di fare un salto importante. Prima che il custode spegnesse il lampadario fuggì via e passò di nuovo di lampione in lampione e procedette sul lungomare. Il suo salto era ambizioso. Lei non era nata per spegnersi. Non le importava di sparire nel tentativo di rimanere accesa per sempre. Doveva tentare. Così, dall’ultimo palo del lungomare spiccò un salto che le costò quasi tutta l’anima, ma si tuffò nel vulcano in riva al mare, per sostare nella luce del magma. Chiese al vulcano di lanciarla in alto fino al cielo, con una esplosione potentissima. In cielo, la luce tenace abita ancora adesso, accesa per sempre. Nella stella più brillante di tutte.

di Antonella Petrera

26. La coperta di lana

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Ritorno – e non so come – a quel periodo, in cui una cosa grande mi copriva

tutto quanto, dai piedi alla testa. La chiamavo “…péta”.

Ricordo, quando ho iniziato a capire che era una coperta, forse di lana, che sul

divano era sempre lì pronta per chi ne aveva bisogno.

Rivoglio, la sensazione di potenza e di mistero, che mi faceva diventare più

forte e condottiero, quando la coperta era il mio mantello di supereroe.

Risento, come fosse ora, la differenza di temperatura: la mano calda di papà

che mi accarezza e gratta la schiena, passando sotto il pigiama, mentre la

coperta stava sulle sue ginocchia. E in sottofondo la tv che manda come lampi

la pubblicità.

Riposo, la coperta dentro i cassetti perché arriva la primavera. E poi l’estate.

Riapro, quella parte dell’armadio quando arriva l’autunno.

Riguardo, il suo blu che qualcuno mi insegnava a chiamare indaco, mentre

aspetta che sia di nuovo il suo turno, per riprendere il suo posto, e lei piegata in tre

parti e pronta, a cavallo del bracciolo del divano. Sempre con un po’ di

riguardo, sempre con lo stesso sguardo.

Rivivo, il momento in cui la coperta mi copre solo metà corpo, perché ormai

sono grande e non sembra più così importante. Anche se fa da cuscino, anche

se fa schienale.

Riprendo, la coperta alla fine, e ripasso con le dita le sue estremità consumate;

rimando ancora, fino a chissà quando, il momento di buttarla.

Ricopro, ormai poco di me con la coperta, e riscopro quel poco di calore che

riporto sereno quando riparto per ritrovarmi in un altro posto.

Ritiro la coperta da una parte all’altra, ma in qualsiasi modo c’è una parte che

rimane scoperta, perché ho imparato che nella vita la coperta sembra sempre

troppo corta.

Ripeto a me stesso e rileggo questa storia dall’inizio, perché ripenso spesso al

fatto che ogni giorno incontriamo qualcuno che è la coperta per qualcun altro.

di Donato Simone Frigotto

25. Lo zainetto di Camilla

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Non è una bella avventura andare e finire nello zainetto di Camilla. Camilla

ha bisogno di riempire lo zainetto con qualcosa che la faccia sentire a casa

quando casa deve essere un altro posto. Si sta stretti, nello zainetto. Dicono

che la barbi abbia perso la testa, nello zainetto. Dicono che dallo zainetto non

si torni più indietro.

Fate come me! Dice la scimmietta. Io divento snodabile e mi adatto allo

spazio e alla situazione. La scimmietta è uno di quei giocattolini che gli premi

un pulsante di legno e diventa molle perché tutti i suoi componenti sono uniti

da un filo. L’hanno presa al mercatino, lei.

Certe volte tutti dobbiamo assumere posizioni scomode per sistemarci

meglio. Forse anche Camilla usa il suo zainetto per snodarsi in una

situazione che cambia.

Chissà che cosa ci aspetta, adesso. Dice l’orso con la zampa in testa alla

bambolina. Io non volevo cambiare! Dice la bambolina a testa in giù con il

braccino arrotolato al robot. Io non sa.pe.re co.sa es.ser.ci do.po. Dice il robot

con la testa al contrario. Passiamo questo momento, amici. Andrà tutto bene,

vedrete. Dice la scimmietta con la testolina sotto le sue zampette.

Passa un po’ di tempo.

Dopo lo zainetto si è scoperto che la casa della nonna di Camilla ha un largo

cesto dove i giocattoli stanno comodi. Si è scoperto che ci sono giochi nuovi

con cui fare amicizia. Si è scoperto che la nonna inventa avventure bellissime

con i giochi di Camilla. E si è anche scoperto che è vero che la barbi ha perso

la testa, ma per il modellino di carabiniere del nonno.

di Antonella Petrera

24. Noce navigante

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Dicono che i bambini sognano.

Anche gli adulti lo fanno.

Dicono che i bambini forse lo fanno meglio.

O meglio, forse i bambini lo fanno di più.

In più, loro sognano più spesso.

Sognano ad occhi aperti.

Vedono cose, sentono suoni, inventano voci…e immaginano.

Ci penso in questi giorni.

Ci penso mentre guardo questa noce.

Ne rompo il guscio in modo un po’ distratto mentre sto seduto a tavola e fisso la tovaglia assorto. Mi chiedo come si può trovare una barca… dentro la metà del guscio di una noce. E farla navigare in un lago di bicchiere. O in un mare di pozzanghera. E soffiarci un uragano. E guidarla con un dito.  Senza nemmeno preoccuparsi di essere così ingombranti da non poter mai entrare davvero in quel mezzo guscio. Come a dire che non c’è bisogno davvero di un nostromo, un capitano o un ammiraglio. 

Che importa, mi dico. La immagino già che si ferma in uno dei tanti porti che non hanno ancora un nome.

E là si ferma per il tempo necessario.

Il tempo sufficiente ad immaginare un nuovo viaggio.

E la domanda non ha più bisogno di risposta, poiché la domanda è già viaggio di per sé.

È già un sogno così com’è.

Che la prossima noce navigante porterà con sé.

di Donato Simone Frigotto