37. La donna senza mantello

037

La donna è stata chiamata forte.
Lei ora si gira all’improvviso.
E conosce le cose così, questa volta.
Si porta velocemente le mani alla bocca, tanto forte che si sente lo schiocco sordo.
Davanti ad una tale meraviglia si sente infiammare.
Il suo cuore comincia ad affannarsi.
Sembra uno spavento.
Si può svenire di troppa meraviglia?
Quel che vede e sente la lascia inerme a contemplare.
Non ci sono in quella selva angoli in cui rifugiarsi a guardare senza essere visti.
Potrebbe provare a nascondersi dietro un albero, ma gli alberi diventano trasparenti, perché vogliono che lei venga scrutata.
Il nodo al mantello si slaccia e il mantello cade al suolo con morbidezza.
Non si nasconde.
Non si copre.
E’ nuda. Espone il suo corpo dall’interno a tutte le intemperie dell’incontro.
Sa che ne uscirà ferita. Corre il rischio.
Sa che ne uscirà graffiata. Guarda il sangue.
Sa che ne uscirà più luce. Guarda forte.
Sa che ne uscirà più donna. Guarda dentro.
Impavida si espone alla conoscenza e al richiamo.
Conosce le cose girandosi all’improvviso.

di Antonella Petrera

36. Quando il sogno si riposa

036

Qualcuno dice che i veri sogni, quelli belli, quelli utili, si fanno solo ad occhi aperti.
Questa, però, sarà un’altra storia.
Quella di adesso, invece, è la storia di chi ha il potere di creare un sogno sognato, meravigliosomeravigliato.
Bonafina cerca di guarire, cerca cuori da intenerire, cerca desideri dentro folti pensieri, cerca bisogni, e ne fa sogni. Realizzati o da realizzare, che importa, l’importante è creare.
E come i pittori dopo l’ultimo stropicciare di una tela, come i poeti e gli scrittori dopo aver rubato l’ultima parola, anche Bonafina alla fine della creazione ha il suo spazio di evasione.
E nessuno la vede, e forse qualcuno la sapora. Lei vola.
E dopo un po’ di tempo che non le capitava, ha sorvolato esperienze.
Ha incrociato nel vento di una girandola una grande bolla di sapone appena prima che se ne scoppiasse; ha seguito una luce tenace fino al mare e l’ha osservata tra le stelle mentre illuminava una piccola noce che bramava navigare; è passata tra abeti nei boschi e salutato ricci funghetti; ha sorriso al nano Giuliano intento ad alzare il suo sguardo ed il naso all’insù; ha portato un po’ di sole ai pigiami stesi ad asciugare; ha trattenuto il fiato di fronte agli innamorati che si salutano senza farlo davvero; ha sorriso di fronte a matite verdi, zainetti e scarpette nuove oppure consumate.
Per un attimo ha udito brontolare un certo Signor Seccalossi, prima di ritrovarsi soddisfatta dall’aver ispirato giovani streghe e magie di ricordi; è passata veloce nel negozio di scrittura, giusto solo per verificare che tutto fosse a posto, e allo stesso tempo per mettere qualcosa fuori posto, in attesa di chi un posto lo deve ancora trovare.
Come spesso fa, passa a salutare Faro.
Ma stavolta, ha ascoltato anche il proprio, di bisogno. Che non è sogno.
E ha concluso il suo volo scegliendo il giusto posto per quella notte.
Si è seduta sulla spiaggia, in disparte, ed invisibile presenza, si è scaldata con il fuoco che le storie raccontano, a sentire le ferite che bruciano insieme alla legna, e diventano fantastiche cicatrici.
E sognando, si è addormentata.

di Donato Simone Frigotto

35. Che succede quando piove

035

Che succede quando piove?
Me lo chiedevo spesso quando ero bambino.
No, non mi interessava sapere perché piove; quello me lo spiegava la maestra di scienze: il sole che scalda, l’acqua che evapora, le nuvole e le correnti che sbattono tra loro…
Mi chiedevo invece che succede quando piove.
E forse ancora non lo so bene.
Sento che l’aria si cambia, come quando ci si cambia d’abito prima di un appuntamento importante.Vedo le gocce cadere, e mi sembra che nessuna cada poi nello stesso punto in cui un’altra si è appena posata, violentemente a volte, o a tratti trattenuta.
Quasi come se ci fosse una forma di rispetto reciproco, me lo immagino così.
Quasi come se il crepitio sui tetti delle case e sulle auto, sulla plastica e sul ferro, e sul muto asfalto, fossero il loro modo per segnalare che stanno arrivando, una dopo l’altra.
Eppure, molto probabilmente, sullo stesso punto prima o poi ricadono, no?
Perché, come ci si spiega che poi è tutto bagnato?
Davvero può bastare una sola goccia in un solo punto…e quella vicina solo in quel punto…e quelle circostanti, ognuna solo nel suo punto preciso… per rendere tutto bagnato?
“Piove sempre sul bagnato” qualcuno lo deve avere inventato, no?

E osservato, no?

E vissuto, no?

Non lo so.

Quando piove tutto cambia, e tutt’intorno la gente si aspetta che poi tutto torni normale.
È che per le gocce d’acqua tutto normale significa tutto bagnato.
Io mi trovo ancora oggi, se sono in casa, o in qualche posto chiuso, quando piove, ad aprire la finestra ed annusare l’odore del legno…anche quello cambia.
Per non parlare di quello dell’asfalto. O quello dell’erba
Anche la mia pelle cambia, e non è solo bagnata. È diversa.
Odora di pioggia, di punti scelti in cui atterrare e scendere, e con rispetto poi rimanere lì.
In attesa di un altro punto e di un’altra goccia.
Che non sai bene quando.
Allora rimani ad aspettare. E odorare.
“Cose rare.” mi apostrofa Faro. Anche a Faro piace quando piove.

di Donato Simone Frigotto

34. La scarpetta nuova

034

La scarpetta è nuova. Corre sulla breccia del cortile. Corre e dietro ci sono i

fuochi. Salta una pozzanghera, e grazie alla mano di papà il salto è un volo.

Corre la scarpa del papà. Corre la scarpa della mamma. Le scarpe nuove ti

fanno sentire nuovo. Portano in posti nuovi. Nei posti nuovi ci si va con gli

zainetti. Ci si va con i piedi. Ci si va con i treni. Ci si va con le barche. Ci si va

con mille e mille altri.

La scarpetta nuova è ferma sulla barca. Sulla barca la scarpetta non

cammina. La barca mica cammina. La barca galleggia.

Galleggia la scarpetta nuova sulla barca. Galleggia la scarpetta nuova sul

mare alto e lontano. Giace la scarpetta nuova su una spiaggia, sola, e fredda

e bagnata. Nuova ma vecchia. Giace l’altra scarpetta sulla barca sgonfia.

Perché ora i piedini sono scalzi sulla spiaggia. Fanno i passi in un paese

nuovo. Avranno scarpe, poi. Ma ora volano un po’ , con la mano di papà, con

la mano di mamma.

di Antonella Petrera

33. Fi(am)ore bello

033

Entrò di nuovo nel negozio di scrittura.
Lo faceva regolarmente, e gli capitava anche più spesso nei momenti particolari della sua vita.
Quel giorno portò la sua attenzione ad una delle sezioni sperimentali, quella delle parole inventate, all’interno del reparto neologismi. Non capiva bene la distinzione tra sezioni e reparti, ma a lui interessava soltanto curiosare.

Era un periodo di gran fermento, tutto il negozio era finito sui giornali e su ogni schermo possibile grazie a quell’insegnante e al bambino che inventava le parole.
Ma le cose che lui amava cercare erano di gran lunga più nascoste, e la primavera che spingeva via dolcemente l’inverno gli stava suggerendo che nell’aria c’era un non so che di bello che ne profumava l’essenza.

E quel profumo di cielo, misto ai colori più vivi, richiamava qualcosa di bello.
Ora, ripensando alle parole inventate, “bello” non era certo una novità, ma era quello che sentiva ogni volta che guardava la serena creatività di un fiore a primavera, e si sentiva innamorato della natura stessa delle cose.
Quella natura che per definizione non chiede di intervenire, bensì solo di osservare, ed eventualmente di rimanerne meravigliosamente meravigliati.
Allora prese un pezzetto di carta e una matita, e scrisse d’un fiato:

fi am ore

E poi se ne uscì, ma non senza prima essersi fermato un istante a contemplare quel momento. E a pensare a quando avrebbe dedicato, in segreto, a qualcuno, una frase che dicesse “Sei il mio fiamore bello”.

E un sorriso strano di primavera spinse via anche l’ultimo granello di inverno.

di Donato Simone Frigotto

32. Le fantasticatrici

032

Davanti al fuoco, fuori, d’estate, le donne alla notte si raccontano storie. Sono

le storie del sempre. Non sono mai le storie del mai. Sono le storie del

domani e dell’adesso. Sono le fantasie che gocciolano solo di notte, che

vengono bevute e spalmate sugli occhi e sui corpi, rossi di fiamme.

Le storie dicono che loro, tutte, si levano da chi vuol farle volare in un

barattolo. Raccontano di cose viste e sentite da dentro.

Davanti al fuoco ci sono le donne bambine dentro le donne grandi.

Le storie dicono che loro, tutte, hanno una cicatrice da mostrare e una ferita

che abbellisce custodita dentro. Un seme che fiorendo ricama dall’interno, e

percorre dove fa male facendo male, e crea segreti sentieri nella mente, e

nuovi.

Le storie dicono che loro, tutte, ruggiscono, feline del quotidiano, ricamanti

disfacenti di arrivi che già avvengono senza nessuno. Le storie loro le

mettono al mondo, le soffiano agli infanti, le ricompongono in frantumi, le

cantano per danzare, le disperdono nelle frasi, negli specchi, nell’acqua dei

bagni, nei sali delle lacrime, nei venti dei sospiri.

Le storie dicono che loro, tutte, hanno un graffio sulla pelle dell’anima, dove

appendono monili e si profumano di essenze, davanti ai fuochi, nelle oscure

notti dove loro sole, vanno per sapere, per sapere degli speziati sapori

dell’esistere e sono le cicatrici che fantastiche le fanno.

di Antonella Petrera

31. Posso un altro passo

031

I profumi della festa avvolgevano l’aria intorno a noi. Le castagne. Lo zucchero filato. Le nocciole glassate. Era dolce il peso di mio figlio sulle spalle. Tutti eravamo con il naso per aria a guardare la ragazza sulla corda a cinque metri da terra.

La strada non è questo pezzetto di corda che vedo davanti a me. La strada è questo vuoto ai lati. E’ il dialogo con quello che ho a destra e a sinistra. E’ quello che mi dice questa linea che parla dallo spazio di sotto. Mi indica come adattare il respiro e il corpo al passo successivo.

Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento il passo.
Posso.
Sposto il peso.
Spazio.
Passione.
Posso passare.
Poso un altro passo.
Penso il passo.
Passa via quello che penso.
Sento…

Possiamo prendere lo zucchero filato?
Penso proprio di sì.
Quel dolce pensiero distolse per un attimo il mio. Diedi una moneta a mio figlio e lui corse al carretto. Indugiai con lo sguardo in alto, sulla ragazza e sulla corda. Lei non è brava a mantenere l’equilibrio. Lei è brava a saperlo perdere.

di Antonella Petrera

30. Non salutiamoci

030

C’era molto vento. Questo lo ricordo bene.
Ed era strano, perché non ce n’era mai stato durante il giorno. Sembrava avesse atteso
proprio adesso. Quasi sotteso, ma intenso, forte.
Alcune folate erano insistenti e sembravano voler entrare di forza attraverso i finestrini dell’auto.
Il vento non si curava delle profondità dei pensieri e dei respiri nelle gole delle gole.

Si guardavano da vicino, quasi a volersi entrare negli occhi; e solo quando si distanziavano un po’ lui poteva notare il leggero strabismo di Venere che la rendeva ancora più bella. Tra sé e sé lui pensava davvero avesse qualcosa di divino dentro, ma non lo diceva.
Le lancette del cuore correvano troppo veloci, così tanto che non c’era abbraccio lungo, profondo, né calmo abbastanza da poterle rallentare in qualche modo.

Avevano paura, una paura infinita. Sarà per questo che parlavano pochissimo.
Lasciavano parlare il vento, al posto loro, che sapeva dove andare a sbattere con le parole, nel tentativo di farsi sentire.
Avevano paura di perdersi, appena dopo essersi trovati.
Avevano paura di mancarsi tanto, troppo per poter resistere.
Eppure quattro mesi non sono tanti… in confronto all’eternità. Ma sembrano infiniti, nella distanza dei luoghi e nei vuoti degli spazi che li avrebbero divisi.
Avevano paura di salutarsi. Perché di solito, quando ci si saluta, ci si lascia un po’.
Di solito, quando ci si saluta, ci si manca più di prima.

E lei disse: Non salutiamoci. Così non ci lasceremo mai.

In quel momento il vento urlò più forte, e poi rimase in silenzio.
In effetti, lo sapevano, erano già l’uno dentro l’altra. Ci sarebbero stati comunque.
Non era necessario salutarsi.
E non si lasciarono mai.
Solo il vento, e tutte le cose che volevano farsi sentire per forza, continuarono a sbattere fuori dai finestrini.

di Donato Simone Frigotto

29. La caverna e il prato

029

Il pipistrello viveva nella caverna. Lui aveva paura di uscire. Tutta quella luce.

Ne sarebbe rimasto abbagliato. C’erano giorni in cui si avvicinava alla soglia

della caverna per sentire giusto il profumo del prato quando calava la sera.

Ne era inebriato. Ma di uscire di giorno non voleva saperne. Aveva troppa

paura.

La lepre viveva nel prato. Lei aveva paura della caverna. Tutto quel

buio. Ne sarebbe rimasta avvolta. C’erano giorni in cui si avvicinava ai confini

del prato solo per sentire il fresco profumo dei muschi della caverna alla sera.

Ne era inebriata. Ma di entrare non voleva saperne. Aveva troppa paura.

Quella sera gli occhi della lepre spuntavano dal prato e vedevano due puntini

luminosi appesi alla roccia nell’oscurità.

Chi sei? Disse la lepre.

E tu? Disse il pipistrello.

Io sono la lepre.

Io sono il pipistrello.

Vieni.

No. Ho paura. Vieni tu.

No. Ho paura. 

E come si fa?

Si fa insieme. Incontriamoci a metà.

Incontrarsi a metà fa passare la paura.

Così la lepre e il pipistrello si avvicinarono entrambi alla soglia della caverna.

O era il confine del prato?

Da lì ogni giorno percorsero ognuno qualche passo nel posto di cui avevano

paura. La affrontarono insieme. Si videro ogni giorno al calar della sera, e poi

un po’ più presto, finchè il pipistrello potè godersi la luce del tramonto con la

sua amica e la lepre potè godere delle dolci ombre serali con il suo amico.

di Antonella Petrera

28. Faro e la nebbia

028

Non è tanto per il freddo. L’inverno arriva, si sa.

Non è nemmeno tanto per l’umidità. A quella si è abituato ormai.

Si tratta più di tutto della nebbia.

Non l’ha mai capita.

Non è acqua, ma nemmeno neve, o qualcos’altro di più solido.

Scende e sale, ma sembra non arrivare né dal cielo e né dalla terra.

Così mi ha raccontato l’ultima volta che ci siamo parlati.

La nebbia – dice – rende strane le cose, le cambia, in qualche modo: l’erba, il fiume, la strada, cambiano forma e profondità. Ogni tanto bisogna un po’ pulirsi gli occhi, quasi stropicciarli come di fronte ad un sogno, per togliere quella patina che altrimenti offusca di più.

La nebbia rende più lente le persone, le rinchiude in casa più spesso.

Le preoccupa, come se non potendo vedere bene cosa c’è più in là, temessero di incontrare cattivi presagi, e ancora di più, brutti avvenimenti.

O forse è solo paura dell’incerto, di quello che non si sa. Che poi – dice Faro – non è tanto diverso da quello che c’è quando la nebbia non c’è.

Ma sembra diverso davvero. Cioè, quello che c’è, ci sta sempre.
Quello che non c’è, non c’è. E quello che è incerto, incerto lo rimane.

Con o senza nebbia.

Anche la sua luce è sempre la stessa.

Ma quando lo osservo nelle sere di nebbia, la sua espressione cambia.
Sembra quasi che si impegni di più, come uno sguardo concentrato che socchiude le palpebre, per scrutare di più.
Lui lo sa. Lo ha imparato. Come le altre cose che mi ha raccontato.

Che è proprio quando si vede di meno, che bisogna brillare di più.

di Donato Simone Frigotto

27. La luce tenace

027

La storia della luce tenace comincia dentro la lucciola nel bicchiere. Il figlio del cuoco l’aveva catturata a pomeriggio. La lucciola stava per spegnersi, e così la luce tenace, con un volo fulmineo, andò ad aggrapparsi allo stoppino della candela. A quel punto lo scrivano aveva gli occhi stanchi. Chiuse il manoscritto, percorse il corridoio, entrò nella sua cella, e si mise a letto pronto per un intenso riposo. Ffffffffff. La luce tenace guizzò allora dalla finestra, e acciuffò la lanterna del cacciatore. Attraversò il bosco insieme a lui, che una volta arrivato a casa lasciò la lanterna appesa all’uncino sull’uscio. Ffffffff. Prima che la porta chiudesse il suo spiraglio la luce tenace si tuffò nel caminetto, e si unì al fuoco. Il fuoco rimase acceso fino all’alba, e proprio quando l’ultima fiammella stava per spegnersi, la luce tenace udì fischiettare al lampionaio la sua canzone, e fece giusto in tempo a saltare dal camino nella lucerna del lampione, e prima che quello strano cappuccio metallico la spegnesse, cominciò una lenta fuga di lampione in lampione, con il rischio di essere spenta dal lampionaio. Era l’alba, ormai, e la sua corsa si interruppe quando si tuffò nel lampadario del teatro oltre la piazza. “Ciao, Faro!” disse al suo amico prima di spiccare il salto in teatro.  La cantante lirica ci mise tutta la mattina e tutta la sera, tra le prove e la prima. La luce tenace, intanto, aveva deciso di fare un salto importante. Prima che il custode spegnesse il lampadario fuggì via e passò di nuovo di lampione in lampione e procedette sul lungomare. Il suo salto era ambizioso. Lei non era nata per spegnersi. Non le importava di sparire nel tentativo di rimanere accesa per sempre. Doveva tentare. Così, dall’ultimo palo del lungomare spiccò un salto che le costò quasi tutta l’anima, ma si tuffò nel vulcano in riva al mare, per sostare nella luce del magma. Chiese al vulcano di lanciarla in alto fino al cielo, con una esplosione potentissima. In cielo, la luce tenace abita ancora adesso, accesa per sempre. Nella stella più brillante di tutte.

di Antonella Petrera

26. La coperta di lana

026

Ritorno – e non so come – a quel periodo, in cui una cosa grande mi copriva

tutto quanto, dai piedi alla testa. La chiamavo “…péta”.

Ricordo, quando ho iniziato a capire che era una coperta, forse di lana, che sul

divano era sempre lì pronta per chi ne aveva bisogno.

Rivoglio, la sensazione di potenza e di mistero, che mi faceva diventare più

forte e condottiero, quando la coperta era il mio mantello di supereroe.

Risento, come fosse ora, la differenza di temperatura: la mano calda di papà

che mi accarezza e gratta la schiena, passando sotto il pigiama, mentre la

coperta stava sulle sue ginocchia. E in sottofondo la tv che manda come lampi

la pubblicità.

Riposo, la coperta dentro i cassetti perché arriva la primavera. E poi l’estate.

Riapro, quella parte dell’armadio quando arriva l’autunno.

Riguardo, il suo blu che qualcuno mi insegnava a chiamare indaco, mentre

aspetta che sia di nuovo il suo turno, per riprendere il suo posto, e lei piegata in tre

parti e pronta, a cavallo del bracciolo del divano. Sempre con un po’ di

riguardo, sempre con lo stesso sguardo.

Rivivo, il momento in cui la coperta mi copre solo metà corpo, perché ormai

sono grande e non sembra più così importante. Anche se fa da cuscino, anche

se fa schienale.

Riprendo, la coperta alla fine, e ripasso con le dita le sue estremità consumate;

rimando ancora, fino a chissà quando, il momento di buttarla.

Ricopro, ormai poco di me con la coperta, e riscopro quel poco di calore che

riporto sereno quando riparto per ritrovarmi in un altro posto.

Ritiro la coperta da una parte all’altra, ma in qualsiasi modo c’è una parte che

rimane scoperta, perché ho imparato che nella vita la coperta sembra sempre

troppo corta.

Ripeto a me stesso e rileggo questa storia dall’inizio, perché ripenso spesso al

fatto che ogni giorno incontriamo qualcuno che è la coperta per qualcun altro.

di Donato Simone Frigotto

25. Lo zainetto di Camilla

025

Non è una bella avventura andare e finire nello zainetto di Camilla. Camilla

ha bisogno di riempire lo zainetto con qualcosa che la faccia sentire a casa

quando casa deve essere un altro posto. Si sta stretti, nello zainetto. Dicono

che la barbi abbia perso la testa, nello zainetto. Dicono che dallo zainetto non

si torni più indietro.

Fate come me! Dice la scimmietta. Io divento snodabile e mi adatto allo

spazio e alla situazione. La scimmietta è uno di quei giocattolini che gli premi

un pulsante di legno e diventa molle perché tutti i suoi componenti sono uniti

da un filo. L’hanno presa al mercatino, lei.

Certe volte tutti dobbiamo assumere posizioni scomode per sistemarci

meglio. Forse anche Camilla usa il suo zainetto per snodarsi in una

situazione che cambia.

Chissà che cosa ci aspetta, adesso. Dice l’orso con la zampa in testa alla

bambolina. Io non volevo cambiare! Dice la bambolina a testa in giù con il

braccino arrotolato al robot. Io non sa.pe.re co.sa es.ser.ci do.po. Dice il robot

con la testa al contrario. Passiamo questo momento, amici. Andrà tutto bene,

vedrete. Dice la scimmietta con la testolina sotto le sue zampette.

Passa un po’ di tempo.

Dopo lo zainetto si è scoperto che la casa della nonna di Camilla ha un largo

cesto dove i giocattoli stanno comodi. Si è scoperto che ci sono giochi nuovi

con cui fare amicizia. Si è scoperto che la nonna inventa avventure bellissime

con i giochi di Camilla. E si è anche scoperto che è vero che la barbi ha perso

la testa, ma per il modellino di carabiniere del nonno.

di Antonella Petrera

24. Noce navigante

024

Dicono che i bambini sognano.

Anche gli adulti lo fanno.

Dicono che i bambini forse lo fanno meglio.

O meglio, forse i bambini lo fanno di più.

In più, loro sognano più spesso.

Sognano ad occhi aperti.

Vedono cose, sentono suoni, inventano voci…e immaginano.

Ci penso in questi giorni.

Ci penso mentre guardo questa noce.

Ne rompo il guscio in modo un po’ distratto mentre sto seduto a tavola e fisso la tovaglia assorto. Mi chiedo come si può trovare una barca… dentro la metà del guscio di una noce. E farla navigare in un lago di bicchiere. O in un mare di pozzanghera. E soffiarci un uragano. E guidarla con un dito.  Senza nemmeno preoccuparsi di essere così ingombranti da non poter mai entrare davvero in quel mezzo guscio. Come a dire che non c’è bisogno davvero di un nostromo, un capitano o un ammiraglio. 

Che importa, mi dico. La immagino già che si ferma in uno dei tanti porti che non hanno ancora un nome.

E là si ferma per il tempo necessario.

Il tempo sufficiente ad immaginare un nuovo viaggio.

E la domanda non ha più bisogno di risposta, poiché la domanda è già viaggio di per sé.

È già un sogno così com’è.

Che la prossima noce navigante porterà con sé.

di Donato Simone Frigotto

23. Un punto di vista

022

Entrò nel negozio di scrittura. C’era molta gente quel giorno. Dietro il banco i saggi insegnavano ai giovani come poter servire i clienti che entravano nel negozio e cercavano qualche parola difficile, una correzione ortografica, o chissà cos’altro l’ispirazione suggeriva loro.

C’era il reparto classici e quello contemporanei; c’era il piano elevato sulle lingue straniere, e c’era pure un piano sotterraneo per le scritture dimenticate e impolverate.

Girò per un po’, per poi finire nelle sue stanze preferite, quelle dei segni di punteggiatura.

Ammirava spesso muoversi qua e là i vari segni di punteggiatura, tutti molto indaffarati a voler far bene il loro mestiere. Vedeva che le virgole erano spesso arrabbiate perché si sentivano poco utilizzate o messe in punti dove non servivano affatto; le virgolette discutevano animatamente con i punti  l’opportunità di farli entrare all’interno della frase oppure lasciarli fuori.

Anche questa volta portò la sua attenzione alla sezione in cui stavano i punti di domanda. Li ammirava.

Il proprietario del negozio gli aveva confidato che i punti di domanda erano le chiavi che aprivano le porte della conoscenza

Quel giorno notò un punto di domanda più ricurvo degli altri. Si muoveva piano. Sembrava un vecchio zoppo con la testa bassa e la gobba pesante.

Lo prese in prestito e gli fece una domanda: “Perché te ne stai così piegato?” “Sto cercando” – disse – “Sto cercando di capire come fare ad essere un buon punto di domanda”. “E dove cerchi?” – chiese. “Eh…cerco le risposte dentro di me” – rispose il punto di domanda, stanco e un po’ malinconico.

“Uhm…io non me ne intendo molto, ma se ti fai guardare un attimo, forse ti posso aiutare”. Il punto di domanda alzò lo sguardo, e la sua schiena divenne più dritta, ed ebbe subito una grande sensazione di benessere. Ebbe quello sguardo di chi si interroga e poi in un lampo trova la risposta di ciò che andava cercando. Si sentì più forte, e fiero. E con un sorriso ringraziò, spostandosi dal suo scaffale.

Era diventato un felice punto esclamativo.

di Donato Simone Frigotto

22. Porto qualcuno

023

Il giardino era coperto da una coltre spessa di neve.

Era presto, e gli unici temerari che avevano osato solcare le linee perfette di tutto quel bianco erano i passeri, che avevano saltellato piccole “v”  dovunque sperassero di trovare una briciola.

La porta del capanno degli attrezzi sbatteva delicatamente, ma aveva cadenzato il silenzio della notte come un metronomo insolente. La mia tazza fumava, e i miei occhiali erano intrappolati in un ammasso di capelli confusi sulla mia testa.

Uscii. Tazza vestaglia pigiama ma stivali. Mi fermai davanti al capanno, e zittii un brivido con un sorso.

Tu sei una porta di legno. Una porta può essere aperta. Venire aperta da qualcuno. O restare chiusa, per sempre o per poco. Può sbattere. Si può attraversare. E se io portassi una persona? No, proprio che gli faccio una porta dentro.

Portare. Creare una porta dentro qualcuno. Lasciarsi creare una porta.

Una porta ci porta altrove. Nel dentro. Nel fuori. In un dentro che non si sapeva. In un fuori nuovo. Mica tranquillo come la mia tazza alla finestra.

Da una porta puoi fare capolino. Se una persona venisse portata, potrebbe vedere posti nuovi in sé. Ma anche fuori, di sé. Se mi porto, posso far entrare qualcuno o qualcosa.

Portare. E’ un verbo che crea.

Sorseggiai il mio caffelatte. Tutto fumo, tra la tazza e il mio respiro. Lasciai aperta la porta del capanno e tornai dentro. In questo altro anno che iniziava decisi che avrei di sicuro portato qualcuno.

di Antonella Petrera

21. Le fate le fate

021

La casa dell’anziana prozia di Alice si trovava proprio accanto alla chiesa, in questa città meravigliosa a Sud, con le case dai tetti a punta.

Con i soldini ricevuti Alice aveva chiesto di potersi allontanare a fare un giro per le botteghe artigianali della via in discesa.
Entrò in uno di questi negozietti attirata da alcuni nanetti in porcellana.  Chiese educatamente: “Le fate le fate?”  La giovane commessa era troppo impegnata con le sue unghie per darle una risposta.

La bottega di fronte esponeva fazzoletti colorati, magneti, ogni tipo di decorazioni natalizie. Alice vi entrò, e con la sua aria sveglia e sbarazzina chiese: “Le fate le fate?” La vecchina sollevò lo sguardo dal suo lavoro all’uncinetto e le sorrise. In uno strano dialetto, gesticolando, le indicò qualcosa sugli scaffali. Alice scelse la statuetta di un folletto di Natale, e la vecchina, inondata dalla luce arancione della stufetta elettrica, le diede il resto e le sorrise.

Il baffuto signore grassoccio della bottega successiva non fu altrettanto gentile. Quando Alice chiese “Le fate le fate?” fu cacciata via dal negozio, e chiamata “ladruncola”. Il suo sorriso si spense. Strani gli effetti della scortesia.

Fu allora che la chiamai con due brevi fischi e le feci un cenno con un dito. Lei colse l’invito curiosa, si avvicinò e mi chiese con uno sguardo dubbioso: “Fate le fate?” Le sorrisi. La condussi nel retrobottega. Le diedi un pezzo di argilla e nel giro di pochi minuti modellammo insieme la figurina di una fata. La misi nel forno per il tempo necessario.  Mentre aspettavamo che si raffreddasse le preparai un tè. Scegliemmo per la fata oro, argento e bianco e ci raccontavamo storie a vicenda mentre i nostri pennelli la carezzavano di colori. “Dici un filo o un gancio?” chiesi. Il trillo di un sms distolse Alice mentre soffiava sopra la statuetta cercando di accelerare l’asciugatura dell’acrilico. Smanettò una risposta, e mi disse che doveva andare. Alla fine Alice mise un filo. “Ecco fatta la fata!” esclamò. “Come la chiamiamo?” “Non so ancora, ma inizierà con la B!


All’uscita del negozio Alice fu travolta dall’abbraccio di un bambino. Intanto artisti di strada con larghe ali di stoffa avevano occupato il claustro di fronte. Il fratellino tirava la mano alla mamma e alla sorella con foga. La donna mi sorrise divertita allontanandosi inerme senza avere nemmeno il tempo di presentarsi. Alice però tornò indietro, e travolse me, con un abbraccio. “Le fate! Le fate!” esclamava il fratellino davanti agli artisti mentre le luci accendevano la via di magia e la fata con la B si allontanava avvolta al calduccio nella morbida presa dei guanti di Alice.

di Antonella Petrera

 

20. Sapete di un abete?

020

Spesso mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa davvero un abete?”

Un abete, sì, quello simile al pino,

ma di quelli alti su fino al camino.

All’aperto respira aria celeste

mentre abita piano in boschi e foreste.

Offre la casa ad insetti e bestiole

mentre punta lo sguardo alla luce del sole.

E poco gli importa se verrà tagliato

perché è nel destino del suo essere nato.

 

Ripenso e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa, nel tempo, un abete?”

C’è qualcosa che fa, e che lo rende speciale

per cui cresce più forte man mano che sale.

Qualcosa che rende le persone felici,

i grandi i piccini, i parenti e gli amici.

Dei cuori diventa custode importante,

per far sì che la gente sia tutta festante.

La osserva in silenzio, come un amico educato,

la osserva dal posto in cui lo hanno piantato.

In piazza, in salotto, in fianco al camino,

ti fa venir voglia di andarci vicino

a guardare le luci, a toccare i colori

a sperare davvero nei giorni migliori.

 

Anche io lo osservo e mi chiedo, sapete,

“Che cosa fa alla fine un abete?”

Il vivere in pace con la natura,

conoscendo già la sua meta futura.

Questo lo rende davvero speciale.

Attende la festa, la crea, la rende vitale.

Sapete l’abete che fa? Diventa Natale.

di Donato  Simone Frigotto

019. La brilla bolla

019

 

Questa è una bolla bella. Dentro ci va un sogno comune. Dice la strega alla sua apprendista. Questa è una magia facile.

-Insegnamene una più difficile. –

Quest’altra è una bolla balla. Vedi? Finisce subito. Dimmi tu, quale sogno va qui dentro?

-Uhm… un sogno che non vale gran che. –

Brava. Vai alla pagina della bolla folle.

La ragazzina sfoglia tre enormi pagine di pergamena e trova quello che l’insegnante le ha chiesto.

Lì ci vanno i sogni impossibili. Esercitati da sola. Io torno subito.

Qualcosa di strano succede mentre la ragazzina si esercita. La bolla folle appena formatasi viene circondata da potenti scintille liquide e lucenti, fino ad essere avvolta da una sfera di acqua dorata abbagliante, grande quanto un cocomero. Tutta la stanza è inondata di una luce potentissima. La ragazzina si copre la bocca con le mani. Pensa di aver combinato un bel pasticcio.

Cosa è successo? Esclama la strega tornando a tutta velocità.

La strega spalanca gli occhi incredula, ma allo stesso tempo li stringe abbagliata. Io non conosco questa magia. Cosa hai pensato mentre stavi facendo l’incantesimo?

La ragazzina fissa lo sguardo a terra, senza rispondere.

Dimmi, cara, cosa hai pensato? Le dice la strega abbassandosi verso di lei e sollevandole il mento.

Ho creduto che non esistono sogni impossibili.

Hai creduto?

Sì.

Hai inventato una bolla nuova. Le dice carezzandole il cappello a punta e rimirando l’incantesimo.

Moltissima gente crede solo a ciò che vede.

Tu no. Brava, piccola.

-Perché c’è tutta questa luce? –

Perché hai inventato una bolla molto potente.

La luce è una condizione dell’essere. E tu rifulgi di una luce speciale dentro di te. Ed è qui che c’è la differenza con tutte le altre streghe. Con tutte le altre bolle. Tu diventerai una grande maga.

La streghetta sorride.

Come la chiameremo?

-La chiameremo brilla bolla. –

di Antonella Petrera

018. Faro e un filo

018

Stamane esco a camminare vicino casa, su quell’argine che costeggia il piccolo fiume, accompagnato dai lampioni.

Incontro nuovamente il mio amico Faro, che come sempre fa il suo dovere, anche in queste autunnali giornate di pioggia.

Mi fermo a salutarlo, e lui ne è davvero contento, perché vuole parlarmi di una cosa.

Sai – mi dice – nei giorni scorsi alcuni uomini che indossavano delle giacche fluorescenti sono passati di qui e hanno tagliato l’erba su quasi tutti gli argini del fiume.

Io subito ero molto triste – continua lui – perché ho pensato a cosa succederebbe a me, se mi tagliassero con una macchina rumorosa lasciando solo un pezzetto di me, appena appena vicino al terreno, come hanno fatto con tutti quei fili d’erba.

Così ho pianto – mi dice – perché pensavo che i fili d’erba fossero morti. Ho pianto prendendo in prestito le gocce d’acqua che sono cadute in questi giorni, e le ho versate fino a terra.

Ho pianto, ma poi ho sentito un piccolo filo d’erba che cantava felice.

Non capivo perché.

Il filo d’erba mi ha spiegato che era contento che gli uomini fluorescenti lo avessero tagliato. Continuavo a non capire bene, ma lo ascoltavo. Mi ha detto che solo così poteva continuare a crescere. E infatti ho visto poi che le formiche ci passavano, e le farfalle ci volavano, e i bruchi ci camminavano.

Mi ha detto che tutti i fili d’erba, se crescono troppo alti, senza cambiare, prima o poi muoiono soffocati.

Così non solo ho smesso di piangere – continua Faro – ma ho iniziato ad essere felice, e respirare questa aria piovosa e umida, che fa bene alla terra, alle piante, e ai fili d’erba.

E mentre mi dice questo Faro sorride. E’ contento di avermi raccontato quella storia. E’ contento di aver imparato qualcosa di nuovo.

Ed io ora me ne torno a casa, da una passeggiata che mi ha fatto guardare ai fili d’erba in un modo che non sarà mai più lo stesso di prima.

di Donato Simone Frigotto